Gestire un tappeto in eredità

A ottobre ho ereditato un tappeto da mia mamma. Ereditare qualcosa nella mia famiglia funziona pressappoco così:

Lèvami di torno que’ tappeto, non so dove metterlo.

E quindi ho tolto di mezzo il tappeto che evidentemente toglieva spazio in casa dei miei (due piani con giardino e garage). In realtà credo che servisse anche a dare una parvenza di adultità e riccanza alla mia casa in vista della cena dei miei con i futuri consuoceri, che si doveva tenere a casa mia, territorio neutrale. Una specie di Camp David in cui io ero Jimmy Carter insomma.

Fatto sta che il tappeto a un certo punto ha iniziato a essere il posto preferito del gatto in tutta la sua pelosità.

Ho inoltre scoperto che è molto cool offrire tisane snobbando le poltrone borghesi e stando tutti seduti sul tappeto disquisendo del più e del meno.

Con la bella stagione il tappeto ha iniziato a dare uggia. Ho iniziato a guardarlo male, come fosse lui il responsabile del primo caldo, come se l’innalzamento della temperatura e lo scioglimento della calotta polare dipendessero da lui.

Ho perciò deciso di riporlo fino ai primi freddi, e come sempre quando si tratta di lavori donneschi mi sono studiata svariati siti in cui spiegavano come pulire un tappeto persiano.

Alla fine ho trovato una mia ricetta che non prevede enormi sbatty ma nemmeno lascia i lanicci al caso.

1) ho tolto il manico all’aspirapolvere (sacchetto cambiato da poco, così aspira di più) e, china come Biancaneve quando pulisce il cortile della regina, ho passato pedissequamente tutto il tappeto. Di solito ogni tappeto ha un disegno che si ripete, e quindi uno si può sbizzarrire: il mio è a quadrati, perciò è facile non lasciarne nemmeno uno.

Finito l’ingrato lavoro, che rimuoverà peli di gatto, peli umani, altri peli animali, capelli, formazioni di lanicci più o meno consistenti, briciole, cenere, terriccio, il vostro tappeto – gioia, gioia – avrà un colore diverso.

Se siete pigri potete fermarvi qui, ma io, che sono pigra ma purtroppo ho una specie di problema compulsivo per cui tendo alla perfezione, sono passata al punto

2) in cui Biancaneve s’inchina di nuovo sul tappeto, ma così munita: in una bacinella ho versato acqua e ammoniaca (abbondante) e con una spazzola da bucato bella dura ho ripassato tutti i quadranti spazzolando energicamente contropelo. Ho scelto una bacinella bianca così ho potuto ammirare i residui di lanicci che copiosamente si abbandonavano all’acqua. Rimarrete orripilati e affascinati dalla quantità di sporco che verrà via, in una sorta di sentimento del sublime domestico.

Se siete per vostra natura inclini al martirio o alla paranoia, potrete passare più e più volte la spazzola, avendo cura di pulirla tra una sessione e l’altra e di cambiare la miscela di acqua e ammoniaca.

Io ho pensato ma anche no e ho aspettato che finisse di asciugare. Sono così passata al punto

4) dove Biancaneve si rimette in ginocchio ma per poco, e copre la superficie del tappeto che risplenderà in tutti i suoi colori con dei giornali (io ho scelto la Gazzetta dello Sport ma va bene tutto) e ha arrotolato il tappeto.

Adesso giace in soffitta, pulito e vagamente disinfettato, lontano da gatti e scarpe, in attesa della prossima stagione.

O del prossimo passaggio di eredità.

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Ricomincio da tre

Un vecchio film di Troisi si intitolava così: “Ricomincio da tre”, non da zero, perché qualche cosa di buono nella vita lo aveva fatto.

E allora, dopo il tentativo di un sito, di ripartire per la terza volta a scrivere da zero, dopo aver fatto quasi tabula rasa della mia vecchia vita, ho deciso di conservare qualcosa di buono del passato.

Non ho le idee chiare, ma non penso di poter continuare a fare come ho sempre fatto in passato: ripartire da zero, nuove amicizie, nuovi lavori, nuove abitudini. Mi affaccio alla soglia dei 40 e forse crescere finalmente significa anche iniziare a dare valore a quello che ho fatto in passato, e non guardare sempre e solo avanti senza tenere conto della strada percorsa (opzione per me sempre più facile anche se radicale).

Potevo perciò ripartire da zero, ma ho deciso che no: non era tutto da buttare. E, al contrario di molte cose della mia vita che sono cambiate per sempre, e che mi costringono / permettono di andare avanti, qui, in questo blog iniziato per cura e poi abbandonato, posso prendermi anche il lusso di correggere, aggiungere tag, modificare.

Perciò da oggi si riparte, come se niente fosse, sulle radici del vecchio si costruisce il nuovo. Da qualche parte si deve pur ricominciare e non si può stare a pensare sul divano per mesi a come cambiare o fare qualcosa: meglio iniziare da qualche parte, e vedere dove la strada (rigorosamente secondaria, in quanto paesaggistica, piena di scorci e lunga) mi porterà.

 

Mater #23 Fashion victim, il ritorno

Penombra del salotto, prima di cena. Io e il babbo dormicchiamo beati davanti a una puntata di Omnibus registrata.

Si accende la luce e irrompe mia mamma.

Mater: “Allora, guarda bene: questa l’è la gonna, e questa l’è la camicia. Il golf tu pigli quello della nonna, è nel primo cassetto”.

Io: “Mamma ma di che parli? Che vestiti sono?”

Mater: “Te li metto di lato nell’armadio bell’e imbustati, così non ti sbagli.”

Io: “Eh, ma icché ci devo fare con codesto vestiti!”

Mater: “Ma come che ci devi fare? Per quando muoio, no? Come voglio essere vestita”.

Io: “Ma ora mamma? Ora?”

Mater: “Ora, sì, ora. Cosa fatta, capo ha”

Io: “Fammi vedere un po’ codesta gonna. No, mamma questa la mi garba, non te la metto”.

Mater (incazzata): “Sieee, tu ci sei bell’entrata, trombona… Dai qua, fammi vedere: o via, sì, il margine ci sarebbe per allargartela. Ho bell’inteso, vai. Arrotolami in un lenzuolo”

Io: “Ma di quelli andanti, mica quelli ricamati”

Mater: “A me fai come tu vuoi! Tanto son morta! Mettimi ignuda, e chiudimi la bara!”

Io: “Mamma, ma poi non vuoi essere cremata? Guarda che ti tagliano i vestiti e bruciano solo il corpo eh”.

Mater: “Tagliano i vestiti? Ah no eh, tagliati no! Mica per la gonna, ma il golf no eh! Lo comprai in via Rinaldesca, alla tu’ nonna! Allora tu hai ragione, tu li prendi te! A me va bene il lenzuolo, e la bara chiusa”

Pater: “Eh, ma dopo, nel water! Fatti buttare nel water!”

Mater #21 Tutto è relativo

Mater e io incontriamo l’Alda, un’amica storica di mia mamma, dopo molti mesi.

Alda: Oh Annamaria, come tu stai? 

Mater: Mah. Insomma.

Alda: O se ti vedo proprio benino!

Mater (ammiccando sarcastica): Sì, benino… Tu sentissi la gamba che male mi fa!

Alda: Tu sentissi le mie! Vo un po’ a giro, cammino, ma con quest’umido!

Mater: Ma io mi ero rotta il femore!

Alda: Sì, me ne ricordo, o non era successo due anni fa?

Mater: Bah, ma me l’ero rotto. E una vertebra.

Alda: Già, è vero… Ma ora ti vedo benino, dai.

Mater: Sieee, benino… Quando fa questo tempo vedo le stelle.

Alda: O Mario come gli sta?

Mater: Eh, come gli sta. Gli ha avuto la meningite.

Alda (costernata): La meningite? O icché tu mi dici Annamaria? La meningite?

Mater: La meningite! Gli è stato in coma, in rianimazione… Quaranta giorni di ricovero! 

Alda (sempre più costernata): Noooo, o via…Tu mi fai rimanere male! O come gli sta ora?

Mater: Icché? Mario? Mario benino. 

Alda: Benino ma a casa, vero?

Mater: Sì, lui gl’è bell’e a casa. E insomma, per fartela breve, a andare in su e in giù da casa all’ospedale, m’è entrato male alla gamba. E m’ha ancora da passare. O piglia! 

Mater #19 I meridionali, I parte

E venne il giorno in cui dovetti fare outing e dire a mia mamma che avevo ricominciato a frequentare qualcuno.

Mater: E come si chiama codesto figliolo?

Io: Antonio, ma’.

Mater: Antonio come il bell’Antonio? Oddio, che poi a chiamarlo il Bell’Antonio non gli si fa un favore [questa battuta, in varie declinazioni, l’ha fatta per i nove anni di relazione successivi].

Io: Eh, sì, Antonio.

Mater: Un se ne sente tanti da queste parti. O come fa di cognome?

Io [in evidente difficoltà]: Mercogliano, ma’.

Mater: Mercogliano… Mercogliano… E unn’è di qui sai!

Io [bluffando malamente]: O come no! O che ti intendi di cognomi?

Mater: Certo! O dimmi dove gl’è nato!

Io: Non lo so mamma [è nato a San Paolo Bel Sito, provincia di Napoli, e io lo sapevo, ndr]

Mater: Un tu sai indove gl’è nato? O che affare gl’è?

Io: Mamma, non gli chiedo mica la carta di identità a uno con cui esco!

Mater: Bah! Ma gl’è una cosa da chiedere! E il su’ babbo, dimmi un po’: come si chiama?

Io [penosa!]: Mercogliano!

Mater [con un ghigno]: Grazie! Codesto ci arrivavo da me!

Io: Non lo so mamma come si chiama il su’ babbo [si chiama Gennaro, e io lo sapevo, ndr]

Mater [rassegnata/disgustata]: Mah! Nemmeno il nome del su’ babbo! Io non so che amori sian codesti!

Mater #18 Viatico 

La sera prima della partenza per Napoli.

Io: Mamma sono venuta a salutarti.

Mater: Ah, allora che ci vai davvero?

Io: Certo mamma!

Mater: Un tu l’hai letti i giornali? Non andare nel Rione Sanità!

Io: Noooo, si sta in centro!

Mater: E sai gl’è di molto meglio, sì! Bada!

Io: Non ti preoccupare, ti chiamo poi.

Mater: Mandami una foto tutti i giorni, per farmi vedere che tu sei viva!

Mater #17 Vedi Napoli e poi muori

Io: Ma’, allora venerdì prossimo vado Napoli con la Cri.

Mater: Attenta agli scippi!

Io: Vabbè attenta come ovunque, no?

Mater: Ma chi andate, solo te e la Cristina? Le due povere orfanelle?

Io: Sì.

Mater: E sai la ti fa di molto la Cristina. La prendono e se l’arrotolano sul dito, l’è di carta velina! O non era meglio se tu andavi con la Teresa?

Io: Teresa chi, Ma’?

Mater: La Teresa che la sta a Vaiano.

Io: Ma chi, la P****?

Mater: Sì, lei!

Io: Mamma ma che c’entra la P*****?

Mater: Che fine l’ha fatto?

Io: So che ha avuto una bambina.

Mater: Una bambina? Bene va’!

Io: Mamma, saranno quindici anni che non vedo la P*****, che c’entra adesso?

Mater: Eh ma insomma…. Se tu andavi con lei a Napoli t’eri più tranquilla! L’aveva du’ spalle la pareva un Bulldozer!