Mater #5 Morte per acqua

Il molo del Titanic, Cobh, Ireland (by MaGuar)

Ogni tanto mia mamma mi chiede di farle da parrucchiera.

Oggi, per esempio. Ho riempito il lavandino d’acqua per mettermi all’opera e le ho rovesciato la testa in avanti sotto il getto dell’acqua.

“Mi sa che ho messo troppa acqua”.

“Bene. Così mi puoi affogare”.

L’ostico ottico 


Occhiali occhiali occhiali (by MaGuar)

E  così, dopo diciotto anni di figaggine senza occhiali, oggi il verdetto. Devo tenere gli occhiali fissi.
A dire il vero già una decina di anni fa avevo ricominciato a vedere male, la sera. Avevo portato vari tipi di occhiali “da riposo”:  leggerissimi senza montatura, poi piccolissimi stile Gelmini, poi larghi stile nerd anni ’70.  Ma non mi ero mai rassegnata all’idea di tornare quattrocchi, soffrire di nuovo appena desta al mattino per non vedere, tra un po’, nemmeno il comodino. Perciò è stato tutto un levare e mettere occhiali, solo la sera, solo davanti alla TV, solo dentro i negozi, solo al chiuso.

A ripensarci ero proprio scema. Chi è che si leva e toglie occhiali da miope in continuazione? Ma io avevo fatto una scelta: e tra vederci a 10 decimi e essere figa, avevo scelto di essere figa, e mi sono convinta per anni di avere solo un problema con le luci basse, e che portassi solo occhiali da riposo.

[Non ho mai capito quella moda dei tardi anni ’90 di mettersi le montature nere degli occhiali con lenti neutre, senza essere miopi. Sarà perché li indossava una mia compagna di classe che detestavo].

Quindi gran parte della colpa è mia, e anche del defunto oculista che mi operò troppo giovane, quando ancora il laser era agli inizi, e convinse i miei troppo buoni genitori che una miopia ferma da cinque anni era ferma per sempre.

Ma la colpa non è nemmeno del laser, perché alla fine, come mi disse il successivo oculista, le miopie non si arrestano più per colpa dei PC, degli schermi, delle TV. L’occhio è fatto per guardare lontano. E poi io sapevo che a tenere troppo gli occhiali la vista si rovinava perché l’occhio si impigriva. Boh.

Così, passato il momento della delusione, ho deciso di comprarmi l’ennesima montatura. Se miopia deve essere, almeno che diventi un’occasione di shopping.

Il mio ottico ha un sacco di montature nuovissime. Si va dalle semplici Clark, per passare alle Vogue, alle Pierre Cardin, Gucci, Missoni e via dicendo. Però oltre alle montature nuove ci sono quelle magari delle collezioni precedenti, oppure usa le marche base: quelle cioè che gli stilisti comprano per metterci poi le loro firme sopra (“questa ell’è una Allison” – dice con una certa sensibilità per le allitterazioni – “e’ la pigliano le case di moda pe’ farci gli occhiali loro”). Praticamente con una settantina di euro mi porto a casa una montatura con le letti antiriflesso e infrangibili, se volessi qualcosa di firmato andrei a spendere sui 120-150 euro che comunque è un buon prezzo.

Il negozio è sul curvone della strada vecchia dell’ospedale, in un posto lontano dalle vie commerciali del centro. Una via bruttina e inquietante, vicino al centro oncologico e al piazzale dei bus. L’insegna è minimal (“Ottico”, senza nomi o cognomi), la luce dentro è giallastra, le vetrine sono di legno, il caos regna ovunque: sui ripiani e nei cassetti. Lo spazio è ristretto. Non c’è assolutamente niente di allettante o di design, non c’è figaggine, non ci sono sottofondi musicali. Tuttavia, è sempre pieno di varia umanità. Dovrebbero dare una laurea honoris causa in Antropologia a gente come me o mia mamma che ci serviamo da lui da venticinque anni, interagendo con lui e i personaggi che si servono da lui.

Il valore aggiunto del mio ottico è che molto incazzoso. Basta dargli il la e lui parte. Può iniziare una tirata contro qualsiasi cosa: cinesi, zingari, assessori, tranvia, sistemi di sicurezza, traffico, colori delle mura delle case, guerra del Vietnam, cerimonie massoniche, medici delle aziende ospedaliere, malattie rare, gatti vs cani, vita militare, leggi di sinistra, case crollate, bombe, IVA, lavori stradali, l’ASL 4 e il nuovo ospedale. [Si tratta di una prima lista, purtroppo incompleta, degli argomenti di cui l’ho sentito parlare in questi cinque lustri].

Non occorre interagire molto, anzi: se non si apporta nessun contributo alla discussione forse è anche meglio. Ci si dispone, alla bisogna, ad annuire, scuotere la testa disgustati, emettere “oh” di meraviglia. Alla fine l’ottico ti prende in simpatia perché ti sente sulla stessa lunghezza d’onda e ti arrotonda il prezzo.

Se si è particolarmente fortunati, si può capitare in un momento in cui c’è un cliente che, per eccessiva confidenza o per impostazione caratteriale, pretende di interagire. Possono venire fuori dei duetti che ve li raccomando. Purtroppo ho rimosso gran parte di questi scambi meravigliosi. In uno, mi ricordo di una battuta dell’ottico sulla pericolosità del lavoro che faceva il genero del cliente, e il cliente che ribatteva che si augurava che il genero morisse davvero. Così, tanto per far capire il tenore delle discussioni nelle quali, peraltro, il mio lato diabolico spera sempre di imbattersi.

Ma anche nel caso precedente in cui si dilunghi in qualche monologo, occorre andare lì senza furia e calcolare dai trenta ai quaranta minuti di attesa condita di arringhe varie. Per ingannare il tempo, si possono provare le montature ammucchiate sui mobili. Di solito, finisce che si va da lui per farsi restringere una stanghetta, nell’attesa si prova qualche occhiale, ce ne piace uno, si sente il “prezzaccio”, e si finisce per comprarlo.

Anche solo per sfinimento.

Per concludere, mi farò del male riascoltando questa canzone che mi cantava mia mamma quando ero piccola, in tempi non sospetti. Augurandomi che le inglesi vadano di moda anche quest’anno. https://www.youtube.com/watch?v=_H1yd93Ze5A

 

 

Mater #4 La morte ti fa bella

Zentral Friedhof Wien (by MaGuar)

Tale madre, tale figlia, si dice. 

E se molte persone non si spiegano la nonchalance e l’umorismo nero con cui parlo spesso della morte (qualcuno nemmeno lo accetta) io, che negli ultimi anni ho assistito a un’impennata della tematica nelle conversazioni con mia mamma, so bene che è la sua attitudine che mi ha reso così.

Mia mamma, ovviamente, è stata influenzata da mia  nonna, in un fil rouge di sarcasmo funebre che per via di DNA, o forse per imprinting, si è trasmesso a me.
Mia nonna non ha mai portato nemmeno una ciabatta che non avesse un filo di tacco. Mia nonna tutte le mattine si faceva acconciare i capelli da mia zia. Mia nonna aveva sempre un “vezzo” al collo.

Mia nonna, quando vedeva arrivare mia mamma con il colorito verdastro e le occhiaie, magari perché aveva avuto mal di testa, la squadrava e chiosava dicendo:

“Alla Misericordia esposte ci sono meglio”.

Traduzione nonnese-italiano: “le morte che vengono esposte alla Misericordia prima di essere sepolte hanno un aspetto migliore del tuo”.

Mater #3 Goodmorning Death

Lochcarron Cemetery Scotland (by MaGuar)

Per i defunti “fuori parrocchia”, che potrebbero sfuggire alle statistiche materne, viene in soccorso la parte dei necrologi sulla cronaca locale, che mia mamma segue con sacerdotale dedizione. Torna a casa dopo la spesa e il caffè americano allungato con acqua a parte della pasticceria Terzo Cerchio, si siede al tavolo da pranzo e apre il giornale in tutta la sua ampiezza. Nell’arco della mattinata, in più riprese, lo legge tutto. Legge a mezza voce, con aria scettica, la prima pagina, e poi vola alla cronaca e alla parte dei necrologi.
Se tra i nomi dei defunti c’è qualcuno di sensazionale, un personaggio pubblico che raccoglie le condoglianze di molti, dice: “Questo deve essere uno famoso, te che hai studiato che lo conosci?”

“No mamma”

“Come non lo conosci, se lo conosco io? Ho capito chi gl’è, è quel giornalista che andava anche in televisione”

“Non ce l’ho presente”

“Non sei punto informata sui fatti. Ne so più io di te che hai studiato”.

Se il tipo non è famoso ma era una conoscenza di famiglia, arriva anche a svegliare il mio babbo ancora a letto portando il giornale aperto fino in camera. Il dolce risveglio.

Quando vivevo ancora con lei, avevo inventato un gioco, per prevedere quanto sarebbe stata nervosa in quella giornata:

  1. Se scopriva di conoscere almeno due cari estinti, la giornata sarebbe stata serena.
  2. “O cchi ll’è questa? O se mi par di conoscerla” voleva dire che tutto sommato la sua memoria fotografica funzionava ancora, quindi non sarebbe stata una giornataccia, ma non mi conveniva tirare la corda.
  3. Se non conosceva nessuno, girava ancora pagina e iniziava a criticare il cartellone del Teatro Metastasio, era meglio farsi vedere poco in giro. E correre a riordinare la camera.

Comfort food #3 La triplice dipendenza da Boeri 

Azzurro fortemente attratto dai Boeri (by MaGuar)

 

Anni della mia infanzia. Messa delle 9:30 (quella “Children Oriented”, che io detestavo perché il prete ci faceva stare in  prima fila). Subito prima della messa mia mamma (dalla quale ho ereditato diverse dipendenze) si prendeva il caffè nel circolino della parrocchia.

Dopo il caffè mia madre non resisteva. Loro erano lì, a grappoloni ascensionali, color Rosso Tentazione, e avevano occhieggiato dall’angolo del bancone per tutto il tempo del caffè.

Mia mamma adorava i Boeri. O meglio: adorava la pesca dei Boeri. Io non so chi abbia inventato questo stratagemma ma secondo me il suo nome dovrebbe essere studiato nelle facoltà di economia.

I Boeri, e mi soffermo per il momento solo sul loro aspetto esteriore, hanno tutto ciò che serve a creare futuri adoratori del prodotto:

  1. un packaging accattivante, di un bel rosso intenso dalle punte ciliegia;
  2. sono posti in file compatte e ordinate, agganciati a dei filetti per la cocca dell’incarto, cosicché tu abbia l’illusione di staccarli da un ramo, e quindi di coglierli come frutta; ma soprattutto:
  3. all’interno del loro incarto puoi trovare un numero stampigliato, variabile da 1 a 3, che significa che hai diritto a pescare altrettanti Boeri e raddoppiare la vincita, e scartarne altri, che potrebbero portarti altre vincite.

Mia mamma non resisteva, dicevo. Se beccava un boero con il numero tre, doveva prenderne subito altri tre, aprirli e richiuderli alla meglio, solo per vedere se c’erano altri numeri, e se c’erano altri numeri continuava a pescare altrettanti boeri, aprirli frettolosamente, vedere se c’erano altri numeri, e via e via e via finché non beccava incarti bianchi. Una volta ne avrà presi una dozzina, e da allora e da casi simili di dipendenza (da gioco d’azzardo, più che da cioccolato) hanno introdotto un correttivo: se peschi un boero e ne vinci – per dire – tre, ti danno tre boeri da una scatola che viene fornita al barista dove nell’incarto non c’è scritto nulla. In pratica vinci sempre, e per rendere comunque ancora appetibile la pesca hanno introdotto anche la testa del re che ti dà diritto a una confezione da 120g di boeri (almeno nella marca Witor’s).

Io mi chiedo chi sarà stato quell’impiegato che negli anni ’50 o ’60 ebbe per primo questa semplice ma geniale idea. Il suo nome si è perso, come quello di molti eroi dei nostri tempi, e anche su internet non si trova nulla a proposito di questa pratica che credo esista solo in Italia, e nemmeno in tutti i bar. Di solito i boeri sono molto frequenti nei baretti “di frontiera”, nei quartieri popolari, lungo le Statali battute dai camionisti, nei circolini Arci o Mcl. Riserve indiane di vita autentica dove lo Spritz al limite è la pronuncia sbagliata della Sprite (come la Zup è la lettura sbagliata della SevenUp).

Del resto il Boero è il nonno contadino e partigiano del Mon Cheri (la marca Witor’s – sempre sia lodata – reca la scritta “Très Giolì”: stima per chi ha avuto la pensata della sottile presa in giro). Non sarà un caso se il nome è quello dei contadini olandesi che avevano colonizzato il Transvaal, e non credo che, a parte i diamanti, nel Sudafrica ottocentesco ci fosse un gran margine per il lusso e i piaceri della vita.

La sua forma è priva di grazia, ha una base dura e sostanziosa di cioccolato fondente che nel nipote Mon Cheri si è assottigliata al punto da renderlo adatto solo alla permanenza in scatole o in vassoi di cristallo, persino il liquore e la ciliegia del boero sono più rustici. In pratica è come se il Boero non fosse venuto meno al fine principale – per quanto ovvio – di ogni alimento, anche il più godurioso, che è quello, appunto, di nutrire.

Il Boero alla modica cifra di 50 centesimi copre tre forme di dipendenza: da cioccolato, da alcool e da gioco. Quando entri in un bar e lo intravedi, di solito vicino al registratore di cassa, ti prende una leggera euforia che ti riporta agli anni dell’infanzia e non puoi fare a meno di sorvolare i grappoli di boeri con la mano scegliendone infine uno, e sentire un brivido leggero di piacere per la resistenza dell’incarto che cede allo strappo, e migliorare la tua giornata quando il barista ti dà la quantità corrispettiva di boeri che hai vinto: piccola o grande che sia, è una piccola fortuna quotidiana, una ricompensa implicita per qualcosa a scelta tua, un invito alla speranza che non sarà del tutto una giornata di merda.

Perché il segreto del boero risiede in un ingrediente che nessun altro cioccolatino fino a oggi ha mai avuto: il sapore della vittoria.

[Sulla pesca con il Boero, indimenticabile il brano di Stefano Benni in Bar Sport, ed. Feltrinelli)

 

Ancora un derby 

Mi è arrivata su Whatsapp una foto di mio fratello e del mio babbo seduti sul divano, pronti per vedere il derby MilanInter.

Quando il mio babbo era all’ospedale, mio fratello tra sé e sé espresse questo desiderio: “vedere ancora una volta un derby insieme”.

Arrivare a questa foto sul divano non è stato facile. Per il babbo, e per noi che abbiamo dovuto gestire la mamma, i colloqui con i medici, la burocrazia e i piccoli lavori che prima faceva solo lui, di cui ci siamo resi conto solo allora. 

E nel mezzo, gestire anche le nostre vite.

Però, in qualche modo, non so per quanto, ma ce l’abbiamo fatta. 

Tutti noi, ce l’abbiamo fatta. Il mio babbo, io, mio  fratello, mia mamma. I medici della rianimazione e quelli delle malattie infettive. Gli infermieri. Tutti i nostri amici. Tutti gli insospettabili che chiedevano, che ci manifestavano la loro vicinanza.

Tutti noi ce l’abbiamo fatta a riportare Mario su quel divano, stasera.

Milan o Inter, per una volta è solo un dettaglio, come ha detto mio fratello.

Perché stasera abbiamo vinto noi.

Mater #2 Death Valley

Isole Aran (by MaGuar)

Marliana, estate di due anni fa.

Una domenica invitiamo Fabio, un mio amico fraterno, e sua madre, amica di famiglia, quasi coetanea di mia mamma.

Non appena la Nella scende dalla macchina aiutata da  Fabio, mia mamma l’agguanta per farle vedere la vista da casa nostra sulla pianura, che quando è parecchio parecchio limpido c’è chi dice che si veda il mare.

“Vieni Nella, qui c’è un bel paesaggio… Ti faccio vedere dove voglio essere dispersa quando sarò morta”.

Il fascino affilato della Ghigliottina

Cioè. Non è che io sono una sostenitrice della pena di morte. Anzi.

Però quando sono alla  rivoluzione francese, quando inizio a spiegare della ghigliottina, non lo so… Mi si illuminano gli occhi, sinistramente.

Io sapevo di una certa Lance, una tricoteuse degli anni del Terrore, che sferruzzava proprio sotto il patibolo, mai paga dello spettacolo. Cioè, per dire: la capisco.

Capisco il fascino malefico ed elegante, essenziale come se fosse stata progettata da un designer Bauhaus: due linee lunghe e parallele, la lama, un’altra linea di sbieco, e il cerchio intagliato nel legno, alla base. Capisco il rumore della lama, che doveva, alla lunga, fare l’effetto che fa il rumore delle forbici ai gatti. Capisco che la meccanica e la ritualità doveva appagare la sete perversa di violenza e tortura insita nel genere umano, e magari era anche un rito catartico.

Sapevo anche che tra i progetti presentati per la Grande Esposizione Universale di Parigi del 1889 c’era anche una grande ghigliottina (come si legge in Storia della Tour Eiffel di Jonnes) e non serve un grande sforzo di fantasia per immaginare l’aria funebre che avrebbe assunto Parigi se fosse stata fatta al posto della torre (ma non sarebbe durata). Ma del resto i Parigi hanno un gusto del macabro meno ipocrita e più esibito del nostro.

Ghigliottina o no, per me rimane emblematico il pezzo del film di Magni, “Nell’anno del signore” quando il protagonista dice al boia che della rivoluzione è rimasta solo la ghigliottina e aggiunge: “Voi siete l’omo più moderno de Roma… L’avvenire è vostro” e chiosa con le ultime illuminanti parole “Bonanotte popolo”, perché tanto il risveglio era lontano da venire… E forse non è mai venuto. 

Un motivo in più per cedere al fascino sempreverde della Révolution.

Ecco il video: 

https://youtu.be/J1eMRXLornQ

 

 

Comfort food #2 Il latte condensato

“Perino” di latte condensato (by MaGuar)

Il DNA non è acqua. Non è mai successo, ma se mio padre avesse avuto dei dubbi sulla sua paternità, sicuramente se li è tolti via via che crescevamo.
Il latte condensato è una prova inconfutabile che io e mio fratello siamo figli suoi. Mia mamma quando lo vede ha brividi di orrore. Noi invece lo adoriamo incondizionatamente.

Forse deriva dal fatto che mio padre ha visto la guerra, ha visto gli americani che portavano quelle tavolette spesse di cioccolato e le scatolette di latte condensato.

Io, per me, ho ricordi legati all’infanzia. Intanto quella vecchia scatola, che ora non usa più, di severo cartone bianco con la scritta blu, quello della Nestlè. Packaging austero, se paragonato all’esplosione kitsch multicolor dei prodotti sugli scaffali degli anni ’80. Una scelta monocroma quasi da paese del socialismo reale. Nessuna remora linguistica a sovrabbondare nell’aggettivazione per asindeto: il sottotitolo recitava “latte intero concentrato zuccherato

Poi, sul retro, tre disegnini.

  1. Una donna che metteva il latte condensato nel caffè: il prototipo delle prime donne in carriera che devono essere sempre vigili senza rinunciare a un minimo di dolcezza, giusto quella funzionale al rimorchio del sabato sera.
  2. (Il mio preferito). Un maschio caucasico adulto che, in tenuta da sci, ciucciava il suo latte, ridendo, direttamente dal tubo: immagine dell’uomo sempre più disimpegnato, belloccio e super/sempre giovane, vagamente mammone (con scambio freudiano del tubo di latte con la mammella), più interessato al weekend sulle piste dello Stelvio e alla preservazione della libertà di lasciare la tavoletta alzata che a dare una parvenza, anche casuale, di maturità.
  3. Un ragazzino, dall’aspetto che sarebbero piaciuto all’ufficio reclutamento della Napola, che il latte condensato lo spalmava sulla fetta di pane, evoluzione yuppie e consumistica del nonno che mangiava pane e olio e del padre allevato a pane burro e marmellata.

Io avrei voluto invece questi tre:

  1. Un soldato yankee vittorioso che getta tubetti da un carrarmato sui bimbi festanti, possibilmente russi, ma anche italiani del ’45 con i grembiulini va bene uguale;
  2. Una casalinga disperata con i bigodini che nel cuore della notte davanti alla porta del frigorifero aperta si spara il latte condensato direttamente in bocca; e, last but not the least:
  3. Un sopravvissuto a una guerra atomica, obeso, che se la spassa con il suo Nestlè in un bunker sotterraneo, circondato di scatolette vuote.

Ma si sa, non si può avere tutto nella vita.

Così per anni il sapore metallico del tubetto della confezione del latte condensato si è mescolata al sapore dolcissimo di quella lava sciolta, appiccicosa e inarrestabile. Sì, perché il latte condensato andava ciucciato direttamente alla fonte: i tentativi civilizzatori di mio padre di metterlo sul pane duravano lo spazio della prima religiosa apertura, di solito dopocena, quando era stato appena comprato all’Esselunga. Il latte condensato veniva sì spalmato sul pane, ma colava velocemente dai buchi delle fette e dai bordi finendo sulle mani, sulle maniche, ovunque. Allora giravi velocemente intorno alla fetta per arginare il più possibile la valanga, o iniziavi fanciullescamente a leccarti la mano, e lui allora colava imperterrito da un altro lato. Un Blob alimentare. Un Alien a alto contenuto di zuccheri che invece di fondere quello che incontrava, creava delle isole appiccicaticce nelle zone dove si posava e dove nel corso della serata, se non tempestivamente individuate, rimanevano incollati pelucchi, capelli, peli, lo strato superiore dei fazzoletti di carta.

Dopo questa pantomima della fetta di pane, io e mio fratello passavamo con grande naturalezza alla succhiata di nascosto direttamente dal tubetto. A volte entravamo in cucina con la suddetta fetta di pane, con sguardo innocente, come a dimostrare che eravamo disposti a fare le cose per bene. Si metteva un po’ di latte sulla fetta. E quello, con la scioltezza che gli compete, subito colava. Allora, sfiniti dalle previsioni strategiche su quale lato della fetta sarebbe debordato, con ancora il boccone in bocca succhiavamo un rinforzino consolatorio direttamente dal tubo. A volte rimaneva qualche briciolo di pane attaccato e così si veniva sgamati. Altre volte, nel cuore della notte, ci stava bene la succhiata arrogante e lussuriosa, in quanto completamente gratuita, prima di prendere un bicchiere d’acqua.

Negli anni la confezione si è ingentilita. Per esempio ora che è in plastica e il tappo è bello grosso, si può mettere a testa in giù e così è subito pronto ad uopo. Una volta, con il vecchio tubetto, ho tirato su con talmente tanta forza disperata gli ultimi rimasugli depositati in fondo alle pieghe dure del metallo che alla fine avevo male alle guance.

Per un po’ di tempo ho visto in giro anche dei “perini” di latte condensato, cioè tubetti piccoli per spararseli direttamente quando uno è un po’ a rota, o ha appena perso l’autobus, o è stato lasciato. Poi li ho persi di vista. Peccato, era una grande idea. 

[Aggiornamento: esistono confenzioni da cinque bustine monodose. Sto sfidando la sorte portandole sciolte in borsa insieme a chiavi, pinzette, cerniere].

Ho inoltre capito che effettivamente l’odio e l’amore, ben rappresentati nella mia famiglia, sono poi gli unici due atteggiamenti possibili nei confronti del latte condensato. O lo odi come odi i ragni e le cavallette, o lo ami come te stesso. L’ho scoperto un giorno che ero con cinque delle mie colleghe. Chiaccherando, si scopre che due di loro non avevano mai sentito il latte condensato. Siamo corse subito alla vicina Esselunga e le abbiamo munite di “perino” di prova e ci siamo messe in attesa.

Una l’ha subito allontanato, sdegnata da tanto profluvio di dolcezza. L’altra lo ha seccato alla goccia, quasi rischiando di risucchiare tutto il tubetto.

In un mondo in cui i Tegolini sono dimezzati di estensione  e i Soldini sono spariti, in cui le caramelle col fischio e le gomme di Braccio di Ferro sono forse illegali in molti Stati, il perdurare del latte condensato, e quindi della sua nicchia di estimatori, mi regala ancora l’illusione della gioventù, e una fiducia piccola ma concreta nel genere umano.

 

 

Mater #1 Let’s talk about Death

Zentral Friedhof Wien (by MaGuar)

Ora di pranzo dai miei.

Mia mamma porta in tavola e intanto snocciola i funerali che si sono tenuti in parrocchia in settimana.

Un rito a cui siamo abituati.

Faccio una battuta: “Mamma, ma possibile che quando vengo qui parliamo sempre di morte?”

“Bah! O trovamelo te un argomento meglio!”