My sentimental Esselunga

La mia Esselunga, in viale Galilei (by MaGuar)

Martedì 29 novembre mi sono alzata con un pensiero. Nella quantità di cose da fare, dovevo trovare il tempo per andare all’Esselunga di viale Galilei.

So che sembro una schiava del Sistema, un esempio lampante del Produco Consuma Crepa, la coglionazza che crede alla famiglia della pubblicità, ma sai la novità? Chissene.

L’Esselunga di viale Galilei è un luogo della mia infanzia. È un luogo mio e del mio babbo. Il mio babbo ha sempre amato i supermercati. Forse perché in tempo di guerra aveva sofferto la fame, o quantomeno aveva sofferto il non poterla mai soddisfare del tutto. Forse perché fino al dopoguerra non aveva idea di cosa fossero, ad esempio, le banane.

Fatto sta che i primi supermercati avevano realizzato, in età ormai adulta, un sogno a lungo cullato nei tempi dell’infanzia, sotto le bombe. Un luogo dove bastava allungare la mano per avere tutto ciò che solleticava il tuo appetito, o la tua gola.

Io ho preso dal mio babbo. La novità di un caramella dolce e dietetica al tempo stesso, il formaggino alle erbe, lo yogurt dal gusto esotico, la zuppa in busta mai sentita prima, l’infinita varietà del biscottame ci hanno sempre ammaliato.

Il mercoledì, o il giovedì al più tardi, la sera, si andava all’Esselunga. Con o senza mamma, non importava. Era un rito. Un tentarsi reciproco con le novità, un prendersi in giro su quelle più strane:

– Babbo, ci sono i biscotti alle fave di cacao!

– Sì, alle fave di chi li compra!

La corsia dei latticini (by MaGuar)

Il nostro reparto preferito era quello latticini e yogurt, nei quali abbiamo sfogato, più che da ogni altra parte, la nostra inclinazione allo sperimentalismo, ma anche quello dei biscotti non era male.

E io, personalmente, ho ricordi di lunghe permanenze anche di fronte agli scaffali dei prodotti per il corpo, dove ho esercitato l’arte del “volersi bene” – che alle medie si traduce molto prosaicamente in: “levarsi i brufoli” – sperimentando ogni nuovo ritrovato: il Clerasil, l’olio indiano che doveva far sparire i punti neri, la crema della L’Oreal che ti purificava la pelle. 

Come un personaggio di D’Annunzio, mi sono stordita con i profumi dei bagnoschiuma e degli shampoo, imparando a riconoscere la giunchiglia, il tiglio, la mandorla, l’odioso pino silvestre che mi ricordava l’arbre magique.

La corsia dei prodotti personali (by MaGuar)

Tutto questo complesso di ricordi di benessere anni ’80 e di affetti familiari in salsa tonnata (Calvé- la nostra preferita) era legato all’Esselunga. Qualche rara volta al vicino Superal, poi Pam, che ha chiuso mentre il babbo era tra la vita e la morte: ma anche se meno legata, gli scaffali mezzi vuoti quel sabato mi hanno dato un senso di malinconia soffocante.

Ma torniamo a quella Esselunga.Una volta, quando ero già grandicella, mi sono persa: ora lo so, era forse il primo attacco di panico.

All’Esselunga c’è sempre pieno e scarso margine di manovra, cosicché avevo inventato il mio assioma: non importa quanto si estenda in larghezza e profondità: alle casse dell’Esselunga c’è sempre casino.

Così, per l’ultima volta ho parcheggiato, ho percorso quei corridoi stretti e ingombri di roba (ma quanti hanno notato le cose attaccate in alto, sugli scaffali?). 

Trentasette anni di onorato servizio. Quasi la mia età.

Ho ricordato anche le carrellate di roba comprate il sabato pomeriggio con la Giulia, l’Ilaria e l’Elena per festeggiare i famosi compleanni del l’elena, festini di bulimia e alcool e surrealismo che duravano fino a tarda notte, e a volte avevano la coda la domenica sera per finire gli avanzi.

Ho ricordato l’anno scorso, il giorno di inizio delle riprese del corto della Giulia, che dovevano avvenire a Brasimone. Ma l’appuntamento era a quel parcheggio, con i sacchi gialli della spesa per il pranzo a sacco. 

Nessuna tristezza, nell’ultimo giorno. Gli scaffali erano costantemente riordinati in modo da sembrare pieni. 

Ho pagato e sono uscita all’aria aperta. Di fianco, la nuova Esselunga era bianca e lucida, pronta a raccogliere il testimone il giorno successivo. La mamma e la figlia, nuovi padri con nuovi bambini sgambettanti dai carrelli, nuove spese il mercoledì sera.

“È necessario che tutto cambi, perché tutto resti come prima” dicevano nel Gattopardo.

Perciò malinconia per quella bambina e poi ragazzina che è rimasta, insieme al suo babbo, in quelle corsie adesso spente. Ma anche sollievo al pensiero che altre bambine e altri babbi percorreranno scherzando altre corsie, e magari il babbo racconterà alla figlia che lì dove c’è il parcheggio, beh, un tempo l’Esselunga era proprio lì.

Un addio che sentivo di doverle fare. E un benvenuto a quella che verrà.

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