Gl’è partita la Bambola

La Bambola parte all’improvviso, di solito una a quadrimestre, quando, dopo aver passato dalle due alle tre ore per preparare una lezione adatta per il tuoi alunni del serale, cercando stimoli, agganci con il mondo contemporaneo e con la loro realtà, piena di aneddoti e curiosità, ti trovi davanti il cast di The walking dead.

Dopo un tempo variabile dai tre ai dieci minuti di Bambola, in cui sfoderi a velocità sostenuta  – ma non a tal punto da non far assimilare i concetti – tutto il Repertorio Del Prof Che Ci Sente Abbestia (Non lo fate per me, Siete liberamente iscritti e liberamente padroni di andarvene, Volete rimanere servi? Fate solo un piacere a chi vi mangerà la pappa in testa  e così via, in un crescendo rossiniano che un giorno elencherò) di solito si rianimano. Qualcuno, colto sul vivo, a volte chiede scusa a nome suo e di tutti.

L’altro giorno mi è partita la Bambola, e  la classe è rimasta percossa e attonita e, per completare la citazione, pure muta.

Nel silenzio un ragazzo, convinto di non essere udito, bisbiglia al compagno: “Cazzo se gli è presa male!”.

Dai, altri 30 anni e poi la pensione. Voglio morì.

Il concetto di “rota”

Metadone (by MaGuar)

Ero bambina negli anni ’80. Anni in cui la droga per eccellenza era l’eroina, gli anni di Christiane F. e dello zoo di Berlino, gli anni degli sconosciuti che ti avrebbero dato le caramelle con la droga ai giardini perciò dovevi imparare a rifiutare.

[Solo in anni recenti, chiacchierando amabilmente di queste leggende dell’infanzia, sono giunta a una parziale comprensione del perché degli sconosciuti avrebbero dovuto donarci perini in forma di caramelle: “per crearci la dipendenza e così fidelizzarci come futuri drogati” ha detto qualcuno di cui non ricordo il viso, tanto l’illuminazione, nella sua palese sensatezza, è stata accecante]

Insomma, la droga è qualcosa che so che è sempre esistita, perciò sono sempre stata edotta sul lessico (base) della della disciplina: overdose, pera, spada, tossico, rota.

Negli anni il concetto di rota ha assunto un peso notevole nel mio modo di parlare grazie alla mia amica Giulia.

La mia amica Giulia da anni studia i tossici della mia città braccandoli in biblioteca, su Facebook e Instagram. La sua formazione di biochimica le permette di conoscere scientificamente un’ampia gamma di droghe con i loro effetti. Questo la rende talebana, per esempio nel bellissimo Requiem for a Dream non ha tanto digerito la sequenza tipo videoclip di quando si sparano l’ero e la pupilla si dilata: non ha accettato un errore così clamoroso, perché tutti sanno che con l’eroina la pupilla fa il contrario di quello che si vedeva nel film, si restringe.

Il concetto di rota si declina dunque come “sono un po’ a rota”, ” ho un po’ di rota “, “che rota”. In questo senso indica uno stato di ansia mista a angoscia e malessere indefinito, che avrebbe bisogno di essere appagato da non si sa bene cosa. Esempio:

“Oggi sono un po’ a rota, devo andare a mangiare lo stracotto dai miei”

Oppure, su whatsapp:

“Qual è il vostro livello di rota today?”

Ma si può usare anche, per esempio, per indicare una fissazione che nasconde un malessere. Ad esempio:

” Oggi in palestra ho fatto duecento addominali”

“Che rota!”

Questo post nasce da un’esigenza reale. Sono molte le persone che non conoscono questo concetto, specie tra quelli nati nei tardi anni ’80 quando la cocaina è diventata più di moda.

Sicché un giorno ero in macchina con un’amica straniera, due amici trentenni e una ventenne. Ecco il dialogo.

Amico trentenne: “Sicché sto costruendo un tavolo”

Io: “da solo?”

Amico trentenne: “sì ho attrezzato il garage, ci ho messo tutto, anche la sega circolare”

Io: “che rota!”

Amico trentenne, vagamente sfavato: “ma perché dici sempre ‘rota, rota’? Che vuol dire?”

Io: …. [Silenzio perplesso]

Amica ventenne: “è la rota, dai” [non lo sa].

Amica straniera: “vuol dire che è una cosa bella, ganza, no?”

Al che segue la mia spiegazione.

Amica trentenne: “Non l’avevo mai sentito dire”

Amica mia, questo post è dedicato soprattutto (ma non solo) a te.

Anche io mi merito un Ex Libris

Ex libris (by MaGuar)

La mia amica Alessia ha lavorato per anni in Mondadori. A casa ha circa 3000 libri, molti dei quali comprati a sconto quando era dipendente.
[Ha tantissimi Meridiani. Invidia].

L’estate scorsa li ha ordinati per tutte le librerie del salotto in ordine alfabetico (stima). Non so se sia l’ordine migliore. Io ho provato a fare qualcosa di simile al Dewey ma insomma, non è che funzioni.

In ogni caso alla mia amica Alessia invidio, in ordine crescente:

  1. La libreria immensa su tutte le pareti
  2. I Meridiani di cui sopra
  3. Il suo ex libris.

Il suo ex libris: una cascata di rose e una citazione di una poesia di Saba. Non sapevo di volerne uno anche io. Non sapevo di averne bisogno anche io.

Perciò ciclicamente in passato mi sono messa a smanettare su Internet per capire come fare questo Ex libris. Ho scelto invece quasi subito il motto: un verso di Montale, “tendono alla chiarità le cose oscure”, che per motivi a me inspiegabili e senza reale connessione con la poesia da cui è tratto, mi trasmette un’immotivata felicità. Addirittura mi spingerò oltre: mi fa sentire ottimista, e per me è uno stato così inusuale che non me lo spiego, ma per una volta mi ci adeguo volentieri.

Come simbolo avevo pensato a una lanterna, o a un colle nero con un sole che sorge.

Tutte cose belle se solo avessi saputo a chi rivolgermi. Ci sono siti che fanno ex libris a partire da dei disegni che si possono ritoccare e personalizzare attraverso un programma, ma si parte da 69 euro e mi pare un po’ eccessivo visto che si tratta di incidere un timbro.

Sicché la mia tirchieria e una buona dose di pigrizia mi hanno tenuta in sospeso per più di un anno e mezzo.

Finché.

Finché non siamo arrivati ad Hanoi, e abbiamo trovato LUI: il timbraio. Un simpatico Vietnamita che avrà avuto un’età indefinibile tra i 25 e i 45 anni. Che con calma, seduto sull’uscio del suo microscopico negozio, intaglia su un cubo di legno morbido dei segni.

E così ci sono riuscita. Abbiamo dovuto affrontare la spiegazione, con il suo inglese minimo, di quello che volevamo: scegliere la forma, scrivere le parole, sperando che le capisse e non le sbagliasse (e infatti un accento è saltato), fargli capire il disegno. Alla fine ho scelto la lanterna orientale, perché così mi ricorderò per sempre di dove l’ho fatto fare. Il mio amico Francesco se n’è fatti fare sei, e siamo stati un’ora buona seduti intorno al nostro timbraio strappandoci di mano il quaderno e i modelli.

Certo, mi searebbe piaciuto un ex libris con un  po’ più di elaborazione, magari centrare le scritte, ma insimma: quando l’ho visto ho capito che era lui. Semplice, quasi infantile, con una lanterna che non si capisce alla prima che cos’è, con il carattere in Arial. Mi rispecchia e ha una storia, molto più interessante che se mi fosse arrivato per posta.

 

 

Il capestro #2 Ma sei sempre a giro?

Edimburgo (by MaGuar)

Ora, è vero. Io sono spesso “a giro”. Mi garba parecchio. Ma non si parla solo di viaggioni in macchina o con 10 ore di volo. A me piace anche andare “a giro” per il gusto di andare a giro. Se tanto tanto c’è un ponte di tre giorni, almeno due mi piace “andare a giro” anche nei dintorni. Per fortuna viviamo in Italia, dove anche a stare nel raggio di 100 km trovi un sacco di cose da vedere.
Ora, pare che questa attività tutto sommato minima, gratificante, intellettualmente stimolante, sia vista da alcuni come simbolo di spregiudicata ricchezza. Della serie: “vai a giro perché te lo puoi permettere, se no staresti più fermina, sai”.

Me lo posso permettere? Beh, sì. Ma non perché sono una Kardashian. Me lo posso permettere perché ho fatto delle scelte, scelte che hanno lo stesso valore di chi preferisce avere il televisore con lo schermo 3D, solo che io non gli vado a dire “ma ti sei comprato un televisore 3D”. Se mai chiedo che mi inviti a vedere Game of Thrones.

Me lo posso permettere perché nella mia vita me ne frega assai di cose come, per esempio, la cover del telefono da 50 euro. La mia è giallastra perché è di plasticaccia (ma che plasticaccia: con i voli che fa il mio cellulare, dovrebbero testarla per rivestirci le carrozzerie) e, per distinguere il telefono, c’è inserita una meravigliosa figurina della coop con uno scarabeo stercorario. E con quei 50 euro ci pago una notte fuori.

Me lo posso permettere perché ho superato abbondantemente l’età in cui è necessario costruirsi un’immagine sociale a botte di Negroni da 8 euro l’uno minimo nei locali giusti. Ora con orgoglio potrei postare foto su Instagram alle 22 di sabato con davanti gli arancini dell’Esselunga riscaldati e un bel documentario sull’Armata Rossa, e non sentirmi una sfigata. E con quelle 400 – 500 euro che non ho speso così, mi ci pago il volo Peretola-Parigi e pure il soggiorno all’hotel Sully un fine settimana lungo.

Me lo posso permettere perché l’80 per cento della mia mobilia è usato, e un divano deve fare il divano, cioè contentere il mio culone e sopportare con stoica rassegnazione il mio peso per un sei – sette ore al giorno, e vari residui alimentari, perciò quei seimila euro che ho risparmiato me li sputtano tutti in biglietti aerei, benzina, bed and breakfats “a giro”.

Non mi venite a dire: “beata te che puoi” perché, organizzandosi, tutti possono. I miei genitori, quando ero piccola e “non potevano”, tutti i sabati mi portavano a vedere qualcosa a Firenze, o nel Pistoiese, o a Lucca, o a camminare in montagna da qualche parte. Inculcandomi l’idea che per conoscere bisogna muoversi, e che c’è tante di quelle cose da vedere al mondo che annoiarsi è solo una libera scelta (per altro lecita).

Sicché io chiedo il capestro per quelli che mi fanno i conti in tasca, o mi dicono che quando invecchierò, quando farò figli, quando avrò un mutuo (che in realtà ho già) non viaggerò più. Perché il problema, cari miei, è che il viaggio è un concetto di testa, più che di soldi, kilometri e di mete. E quel tipo di “testa”, cari miei, è l’unica cosa che, consapevolemente o meno, non avete.

 

 

 

Anche io volevo il post di fine anno

Lanterne di Hoi An (by MaGuar)

Scorrendo le mie bacheche Feedly vedo che va molto di moda il post di fine anno, che contiene bilanci e propositi e si conclude con gli auguri ai propri lettori.
Siccome intanto il primo dell’anno è passato da mo’, siccome io ho ben due agende per scrivere i propositi e quindi non ha senso scriverli anche qui, e siccome i bilanci mi mettono ansia, e siccome non ho lettori ai quali augurare niente, al limite dal Vietnam avrei potuto giusto fare un po’ di spoiler sulle prime ore del 2017, insomma: per tutta questa serie di motivi, io nel mio post di Capodanno in ritardo come una martinicca da barroccio voglio ricordare alcuni Capodanni memorabili della mia vita.
Partendo dal presupposto che a un’ansiosa e tendenzialmente malinconica come me non può che generare ancora più ansia e malinconia il Grande Mantra propagandato e superindotto dai media del Capodanno: “ci dobbiamo divertire a tutti i costi”, i Capodanno per me sono sempre stati un’attenta ricerca del low profile: amici selezionatissimi, attività minime, possibilmente a letto presto. Se prima di mezzanotte, ancora meglio.

Perciò mi ricordo il Capodanno del 2005-2006, quando il mio amico Fabio, per salvare le apparenze della festa, ci propose di cenare a casa sua, nella ridente Seano. O meglio, siccome a casa sua c’era sua mamma e chiaramente anche lui aveva voglia di sentirsi più libero,  occupò la casa disabitata da anni che era accanto alla sua. Passammo il capodanno con un fuoco improvvisato nel vecchio caminetto, che non tirava e ci affumicò tutti come speck. Inoltre, siccome per l’appunto pioveva, ben presto lungo le pareti marce iniziarono a scorrere rivoli di acqua. Non è un modo di dire: si vedeva scorrere lungo il muro, al quale Fabio aveva.attaccato dei chiodi, sopra i quali passava un semplice filo che reggeva la lampadina, che creava l’effetto ” Mangiatori di patate” di Van Gogh. Le pareti trasudavano gonfie di umidità e il fuoco, dato che non tirava, non asciugava ma ci avvolgeva in una cappa di fumo abbastanza omogenea per consistenza e odore.

Un altro Capodanno è quello del 2010-11 a Parigi. Io la Cri Francesco e Tony avevamo deciso di andare al Rocky Horror Picture Show nel 5° arrondissement ma prima avevamo deciso di mangiare a casa. Andammo a fare la spesa nel pomeriggio da un Franprix vicino al nostro appartamento, nell’11°. Tony si impuntò per avere, tra le varie cose, anche un po’ di salmone, era Capodanno, ecchecavolo. Arrivati a casa alle cinque e mezzo, iniziammo a disporre le cose sul tavolo. Ci cambiamo. Ci svacchiamo sul divano. La Cri spelluzzica qualche mollica mentre finge di allestire il nulla. Io per non essere da meno spelluzzico al seguito. Alla fine tutti e quattro esordiamo con un “ecchissenefrega” e iniziamo a mangiare, senza una vera progettualità alle 18.30 del 31. Roba che nemmeno Fantozzi. La Cri decide che la roba comprata non le va, così fanculo al Camembert, si fa il cenone con un bel caffellatte. Nel frattempo ridevamo come matti parlando male di alcuni personaggi, amici di amici, che avevamo conosciuto in quei giorni. A un certo punto mi prende una crisi di riso: il salmone di Tony si rivela essere “truite”, cioè trota, “di elevato fiume” traduce lui, “di allevamento” correggo io tra le lacrime. Quantomeno quell’anno festeggiammo la mezzanotte, durante la pausa del film. 

Nei cinque anni successivi non è piu successo.

Nel 2011-12 in Belgio avevamo un casa. Prendemmo diverse birre, mangiammo nel solito modo disorganico rivedendo per l’ennesima volta The Rocky Horror Picture Show. L’idea era di aspettare la mezzanotte guardando i Griffin, ma alle 22.15 ci facemmo gli auguri e crollammo a dormire.

2012-13: non eravamo a giro, perché il 31 mattina eravamo tornati da Parigi. Prendemmo tre film in Lazzerini (uno era Svegliati Ned, l’altro I Viceré, il terzo non lo ricordo). Alle 19.00 salto al Pam con la Giulia a farci da assistente. Comprammp un po’ di cose buone come l’arrosto di vitello all’arancia. Cena a casa e a letto intorno alle 22.00.

Anno seguente, 2013-2014, Sidi Ifni: finiamo nell’unico ristorante che aveva ancora posto. Il  cameriere, per affrontare la serata, aveva probabilmente pippato una striscia lunga quanto la Banana Coast e saltava da un punto all’altro del locale come il Clown della Giungla nel cartone animato di Paperino. Memorabile la scena dell’insalata della casa: “che c’è nell’insalata della casa?” “boh!”. Siamo andati a letto verso le 23.30.

Capodanno a Sbeitla, Tunisia, 2014-15. Arriviamo all’Hotel sotto una pioggia fredda e battente che sui monti della Tunisia, dopo venti anni, è neve. Un solo hotel, nessun posto dove mangiare: un baretto che fa solo caffè e vende merendine preconfezionate, e nemmeno in kebabbaro dove scaldarsi. A un certo punto la Cri adocchia un’insegna, Flavius: inizia così il capodanno più indimenticabile. C’è un buttafuori all’entrata che ci lascia passare, più per lo stupore di vederci lì con le nostre giacche quasi estive (ma non doveva fare caldo?), in una mise tra lo sportivo e il casuale. La cameriera ci porta una ventina di birre così, tutte insieme, in una specie di barilotto. Il locale ha dei tavoli dove loschi figuri si mimetizzano dietro altrettanti assembramenti di birre, stanno facendo il sound check della serata (ah, sono le 19.00 circa), e la cameriera non batte ciglio quando le chiediamo di cenare, forse anche lei frastornata dal vederci lì, a coppie, in un night club, chiaramente stranieri. Ci porta un pesce arrosto, probabilmente strappato alla cena dei camerieri. Mangiamo e ce ne andiamo sotto lo stesso sguardo attonito del buttafuori, per finire la serata (sono le 20.30) al baretto di cui sopra, a mangiare una pastina incellophanata prima di andare a letto battendo ogni record: luce del comodino spenta alle 21:20. Il giorno dopo era tutto gelato. E andammo su quelle montagne dove era nevicato, beatamente incoscienti di quello che ci aspettava in un paese che non vedeva la neve da quattro lustri. Ma questa è un’altra storia.

Capodanno 2015-16 li batte tutti per l’improbabilità del luogo: a Podgorica, ex Titograd, nel Montenegro. Per precauzione qui abbiamo fatto la spesa al supermercato, pensando alla peggio di mangiare trojai in camera. Giriamo per Podgorica almeno un’ora: e sono due strade tracciate nel nulla circondate di palazzoni. Sembra di stare tra l’Osmannoro e Campi, ma ehi: questa è una capitale, e noi giriamo per il centro. Non ci sono ristoranti. Quelli che vedevamo erano chiusi. Una pizzeria aperta ha deciso di fare solo da bar per la serata che si prospetta impegnativa. Alla fine troviamo un kebabbaro attrezzato che ha anche un menù e dei tavoli, e finiamo l’anno (intorno alle 22.40) guardando il video di Man hit by a shovel su YouTube a fila almeno una ventina di volte.

Ed eccoci a questo Capodanno. Siamo a Hoi An, a metà del Vietnam, ed è così bella, e piena di persone, e ha questa usanza di mettere le lanterne dei desideri in acqua, e ha anche un sacco di giovani vietnamiti che ai mescolano alle famiglie di turisti, ai giovani backpapers, alle tardone britanniche, tutti a ballare sotto la musica tunza sparata a tutta (e sarebbe del resto impossibile dormire) che, miracolo! Decidiamo che effettivamente vale la pena “tirare tardi” e aspettare almeno i fuochi d’artificio che ai specchiano nel fiume, sempre più gonfio sotto la pioggia che va e viene, e quando viene, viene a scroscio. 

Così dopo cinque anni ho rifatto mezzanotte, ho salutato con immensa gioia questo anno e come tutti quelli che erano a guardare con il naso all’insù, ho fatto propositi perché sia un anno migliore, e ci ho sperato anch’io, almeno un po’.

Al ritorno in albergo, ci siamo accorti che pioveva in camera.