Anche io volevo il post di fine anno

Lanterne di Hoi An (by MaGuar)

Scorrendo le mie bacheche Feedly vedo che va molto di moda il post di fine anno, che contiene bilanci e propositi e si conclude con gli auguri ai propri lettori.
Siccome intanto il primo dell’anno è passato da mo’, siccome io ho ben due agende per scrivere i propositi e quindi non ha senso scriverli anche qui, e siccome i bilanci mi mettono ansia, e siccome non ho lettori ai quali augurare niente, al limite dal Vietnam avrei potuto giusto fare un po’ di spoiler sulle prime ore del 2017, insomma: per tutta questa serie di motivi, io nel mio post di Capodanno in ritardo come una martinicca da barroccio voglio ricordare alcuni Capodanni memorabili della mia vita.
Partendo dal presupposto che a un’ansiosa e tendenzialmente malinconica come me non può che generare ancora più ansia e malinconia il Grande Mantra propagandato e superindotto dai media del Capodanno: “ci dobbiamo divertire a tutti i costi”, i Capodanno per me sono sempre stati un’attenta ricerca del low profile: amici selezionatissimi, attività minime, possibilmente a letto presto. Se prima di mezzanotte, ancora meglio.

Perciò mi ricordo il Capodanno del 2005-2006, quando il mio amico Fabio, per salvare le apparenze della festa, ci propose di cenare a casa sua, nella ridente Seano. O meglio, siccome a casa sua c’era sua mamma e chiaramente anche lui aveva voglia di sentirsi più libero,  occupò la casa disabitata da anni che era accanto alla sua. Passammo il capodanno con un fuoco improvvisato nel vecchio caminetto, che non tirava e ci affumicò tutti come speck. Inoltre, siccome per l’appunto pioveva, ben presto lungo le pareti marce iniziarono a scorrere rivoli di acqua. Non è un modo di dire: si vedeva scorrere lungo il muro, al quale Fabio aveva.attaccato dei chiodi, sopra i quali passava un semplice filo che reggeva la lampadina, che creava l’effetto ” Mangiatori di patate” di Van Gogh. Le pareti trasudavano gonfie di umidità e il fuoco, dato che non tirava, non asciugava ma ci avvolgeva in una cappa di fumo abbastanza omogenea per consistenza e odore.

Un altro Capodanno è quello del 2010-11 a Parigi. Io la Cri Francesco e Tony avevamo deciso di andare al Rocky Horror Picture Show nel 5° arrondissement ma prima avevamo deciso di mangiare a casa. Andammo a fare la spesa nel pomeriggio da un Franprix vicino al nostro appartamento, nell’11°. Tony si impuntò per avere, tra le varie cose, anche un po’ di salmone, era Capodanno, ecchecavolo. Arrivati a casa alle cinque e mezzo, iniziammo a disporre le cose sul tavolo. Ci cambiamo. Ci svacchiamo sul divano. La Cri spelluzzica qualche mollica mentre finge di allestire il nulla. Io per non essere da meno spelluzzico al seguito. Alla fine tutti e quattro esordiamo con un “ecchissenefrega” e iniziamo a mangiare, senza una vera progettualità alle 18.30 del 31. Roba che nemmeno Fantozzi. La Cri decide che la roba comprata non le va, così fanculo al Camembert, si fa il cenone con un bel caffellatte. Nel frattempo ridevamo come matti parlando male di alcuni personaggi, amici di amici, che avevamo conosciuto in quei giorni. A un certo punto mi prende una crisi di riso: il salmone di Tony si rivela essere “truite”, cioè trota, “di elevato fiume” traduce lui, “di allevamento” correggo io tra le lacrime. Quantomeno quell’anno festeggiammo la mezzanotte, durante la pausa del film. 

Nei cinque anni successivi non è piu successo.

Nel 2011-12 in Belgio avevamo un casa. Prendemmo diverse birre, mangiammo nel solito modo disorganico rivedendo per l’ennesima volta The Rocky Horror Picture Show. L’idea era di aspettare la mezzanotte guardando i Griffin, ma alle 22.15 ci facemmo gli auguri e crollammo a dormire.

2012-13: non eravamo a giro, perché il 31 mattina eravamo tornati da Parigi. Prendemmo tre film in Lazzerini (uno era Svegliati Ned, l’altro I Viceré, il terzo non lo ricordo). Alle 19.00 salto al Pam con la Giulia a farci da assistente. Comprammp un po’ di cose buone come l’arrosto di vitello all’arancia. Cena a casa e a letto intorno alle 22.00.

Anno seguente, 2013-2014, Sidi Ifni: finiamo nell’unico ristorante che aveva ancora posto. Il  cameriere, per affrontare la serata, aveva probabilmente pippato una striscia lunga quanto la Banana Coast e saltava da un punto all’altro del locale come il Clown della Giungla nel cartone animato di Paperino. Memorabile la scena dell’insalata della casa: “che c’è nell’insalata della casa?” “boh!”. Siamo andati a letto verso le 23.30.

Capodanno a Sbeitla, Tunisia, 2014-15. Arriviamo all’Hotel sotto una pioggia fredda e battente che sui monti della Tunisia, dopo venti anni, è neve. Un solo hotel, nessun posto dove mangiare: un baretto che fa solo caffè e vende merendine preconfezionate, e nemmeno in kebabbaro dove scaldarsi. A un certo punto la Cri adocchia un’insegna, Flavius: inizia così il capodanno più indimenticabile. C’è un buttafuori all’entrata che ci lascia passare, più per lo stupore di vederci lì con le nostre giacche quasi estive (ma non doveva fare caldo?), in una mise tra lo sportivo e il casuale. La cameriera ci porta una ventina di birre così, tutte insieme, in una specie di barilotto. Il locale ha dei tavoli dove loschi figuri si mimetizzano dietro altrettanti assembramenti di birre, stanno facendo il sound check della serata (ah, sono le 19.00 circa), e la cameriera non batte ciglio quando le chiediamo di cenare, forse anche lei frastornata dal vederci lì, a coppie, in un night club, chiaramente stranieri. Ci porta un pesce arrosto, probabilmente strappato alla cena dei camerieri. Mangiamo e ce ne andiamo sotto lo stesso sguardo attonito del buttafuori, per finire la serata (sono le 20.30) al baretto di cui sopra, a mangiare una pastina incellophanata prima di andare a letto battendo ogni record: luce del comodino spenta alle 21:20. Il giorno dopo era tutto gelato. E andammo su quelle montagne dove era nevicato, beatamente incoscienti di quello che ci aspettava in un paese che non vedeva la neve da quattro lustri. Ma questa è un’altra storia.

Capodanno 2015-16 li batte tutti per l’improbabilità del luogo: a Podgorica, ex Titograd, nel Montenegro. Per precauzione qui abbiamo fatto la spesa al supermercato, pensando alla peggio di mangiare trojai in camera. Giriamo per Podgorica almeno un’ora: e sono due strade tracciate nel nulla circondate di palazzoni. Sembra di stare tra l’Osmannoro e Campi, ma ehi: questa è una capitale, e noi giriamo per il centro. Non ci sono ristoranti. Quelli che vedevamo erano chiusi. Una pizzeria aperta ha deciso di fare solo da bar per la serata che si prospetta impegnativa. Alla fine troviamo un kebabbaro attrezzato che ha anche un menù e dei tavoli, e finiamo l’anno (intorno alle 22.40) guardando il video di Man hit by a shovel su YouTube a fila almeno una ventina di volte.

Ed eccoci a questo Capodanno. Siamo a Hoi An, a metà del Vietnam, ed è così bella, e piena di persone, e ha questa usanza di mettere le lanterne dei desideri in acqua, e ha anche un sacco di giovani vietnamiti che ai mescolano alle famiglie di turisti, ai giovani backpapers, alle tardone britanniche, tutti a ballare sotto la musica tunza sparata a tutta (e sarebbe del resto impossibile dormire) che, miracolo! Decidiamo che effettivamente vale la pena “tirare tardi” e aspettare almeno i fuochi d’artificio che ai specchiano nel fiume, sempre più gonfio sotto la pioggia che va e viene, e quando viene, viene a scroscio. 

Così dopo cinque anni ho rifatto mezzanotte, ho salutato con immensa gioia questo anno e come tutti quelli che erano a guardare con il naso all’insù, ho fatto propositi perché sia un anno migliore, e ci ho sperato anch’io, almeno un po’.

Al ritorno in albergo, ci siamo accorti che pioveva in camera.

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