Comfort food #4 Il Ciobar dell’infanzia

Ciobar di casa (by MaGuar)

Saranno stati i tardi anni ’80. 1989, forse 1990, prima media.
La mia amica K. (oltre ad avere un nome che inziiava con una lettera esotica che destava la mia più infantile invidia) viveva in collina, in una grande casa che ricordo ancora come se ci fossi stata ieri. Una grande scala con il passamano in legno da cui noi ci lasciavamo scivolare (ma solo se avevamo la tuta). Un salotto immenso che ho sempre solo intravisto dai vetri. [Una volta ci sono entrata: o forse l’ho sognato e basta?]. Una cucina, un tinello che dava su un parco (NB: non un giardino), dove mangiavano quando mi invitava a pranzo, guardando Beautiful. Mi piaceva che ci fosse una casa con la TV in sala da pranzo, ogni tanto. Mia mamma non l’aveva mai voluta, perché per lei a tavola si doveva parlare, e se non si aveva voglia di parlare, non doveva farlo una scatola al posto nostro. Perciò per me la TV in sala da pranzo era insieme curiosità, passatempo e trasgressione, e mi salvava dalla mia imbranataggine primo adolescenziale nel tenere una conversazione fuori dall’aura protettiva e onniresponsiva materna.

[Esempio tipo dell’onniresponsività materna nei primi 12-13 anni di vita:

Amica della mamma: “Come sei cresciuta! Che classe frequenti?”

Mamma: “La seconda, diglielo”

Amica della mamma: “La seconda? E ti piace andare a scuola?”

Mamma: “Sì, insomma”

Amica della mamma: ” Mamma che occhi belli”

Mamma: “Come si dice? Grazie”]

La casa della K. aveva anche uno studio, e poi la zona notte, con quattro camere. Del bagno, ricordo ancora il profumo del prodotto che usavano per pulirlo.

La mamma della mia amica K. mi chiamava perché studiassi con la figlia. Lei era molto lenta a lavorare, e non molto efficace. Io ero abbastanza diligente e veloce.

La mamma della mia amica si chiamava Ambra. Mi avevano spiegato che era il nome di una specie di sostanza preziosa, ma a me faceva venire in mente solo il nome di una gora che mi aveva insegnato il babbo, che scorreva dalle parti del Poggio.

Mamma Ambra è stata la prima a farmi assaggiare il Ciobar per merenda. Prima di quel giorno glorioso, il Ciobar era solo una pubblicità che mi faceva venire l’acquolina in bocca e rappresentava per me un reale oggetto del desiderio: tanto più forte quanto più mia mamma escludeva ogni speranza d’acquisto perché “con quello ti viene un’appendicite fulminante”.

[E a proposito dello spauracchio dell’appendicite fulminante: ancora oggi, benché nell’età della saggezza, non riesco a mangiare qualcosa che abbia la cioccolata senza temere che sia la goccia che fa traboccare il vaso, il quadratino letale che farà dire alla mia appendice sfavata: “Ma levati!” – anzi: “Ma levami!” – e mi procurerà un’istantanea colica, appendice fulminante, ricovero, peritonite, morte].

Il fatto che il Ciobar fosse denso, e che la sua densità lo facesse apparire come cioccolata fusa,  avvolgente, consolante, duratura, e che in più, grazie a mia mamma, avesse anche il fascino del pericolo, lo fa entrare di diritto nella top ten delle “droghe infantili” con le quali il mondo dei Grandi ci ha distolto dalle caramelle degli sconosciuti (anche loro, guarda caso, con la droga dentro: similia similibus curantur).

Il Ciobar dell’Ambra arrivava denso ma senza sapore di bruciato; dolce al punto giusto, caldo ma non ustionante. Il calore e la viscosità ci obbligavano a mangiarlo a cucchiaini che ne prolungavano il piacere.

Quel pomeriggio me lo gustai con tutto il fascino che hanno le cose proibite. E già sapevo che lo avrei anche detto a casa: mia mamma non avrebbe rifiatato, visto che ero ospite. Al limite non avrei cenato, perché troppo piena. Ma del resto, saltare la cena avrebbe prolungato il ricordo del mio primo Ciobar.

C’è un’altra cioccolata memorabile nella mia infanzia, ma quella la ricorderò un’altra volta. Quello che mi preme ricordare è che dai Ciobar dell’Ambra a oggi non sono stata più in grado di riprodurre lo stesso livello di viscosità, dolcezza e calore. Di solito i Ciobar che sono riuscita a fare sono:

  1. liquidi
  2. liquidi con zolle di cacao che rimangono secche e si spappolano in bocca tornando polvere, e altre zolle che calano a picco attaccandosi sul fondo della tazza
  3. denso al punto che rimane una guaina attaccata al bricco e sa di bruciato, e il bricco va gettato, e il Ciobar rimasto grattandolo dalle pareti va riallungato con il latte finché non diventa o come al punto 1. o come al punto 2., ma in questo con le sole zolle che vanno a fondo.

Ho avuto più fortuna con il dolcetto con il cuore di Ciobar, ma bisogna veramente essere a rota per mangiarsene quattro in massimo due giorni. Se li surgelo, come ho fatto a volte, poi non ribecco più il punto esatto di cottura che lascia il cuore morbido, e così delle volte diventano dei dolcetti normali, che del Ciobar hanno solo il nome, e non si può immaginare come ti peggiora la serata se te lo eri preparato appositamente per tirarti su di morale.

Perciò, vista la ferale discrepanza tra i sogni e la realtà, il Ciobar alla fine lo tengo nelle sue buste e lo contemplo, più che farmelo.

Perché l’idea del Ciobar è migliore del Ciobar stesso. Il Ciobar in potenza è più interessante del Ciobar in atto. E l‘attesa del piacere del Ciobar è essa stessa il piacere del Ciobar.

 

 

 

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Comfort food #3 La triplice dipendenza da Boeri 

Azzurro fortemente attratto dai Boeri (by MaGuar)

 

Anni della mia infanzia. Messa delle 9:30 (quella “Children Oriented”, che io detestavo perché il prete ci faceva stare in  prima fila). Subito prima della messa mia mamma (dalla quale ho ereditato diverse dipendenze) si prendeva il caffè nel circolino della parrocchia.

Dopo il caffè mia madre non resisteva. Loro erano lì, a grappoloni ascensionali, color Rosso Tentazione, e avevano occhieggiato dall’angolo del bancone per tutto il tempo del caffè.

Mia mamma adorava i Boeri. O meglio: adorava la pesca dei Boeri. Io non so chi abbia inventato questo stratagemma ma secondo me il suo nome dovrebbe essere studiato nelle facoltà di economia.

I Boeri, e mi soffermo per il momento solo sul loro aspetto esteriore, hanno tutto ciò che serve a creare futuri adoratori del prodotto:

  1. un packaging accattivante, di un bel rosso intenso dalle punte ciliegia;
  2. sono posti in file compatte e ordinate, agganciati a dei filetti per la cocca dell’incarto, cosicché tu abbia l’illusione di staccarli da un ramo, e quindi di coglierli come frutta; ma soprattutto:
  3. all’interno del loro incarto puoi trovare un numero stampigliato, variabile da 1 a 3, che significa che hai diritto a pescare altrettanti Boeri e raddoppiare la vincita, e scartarne altri, che potrebbero portarti altre vincite.

Mia mamma non resisteva, dicevo. Se beccava un boero con il numero tre, doveva prenderne subito altri tre, aprirli e richiuderli alla meglio, solo per vedere se c’erano altri numeri, e se c’erano altri numeri continuava a pescare altrettanti boeri, aprirli frettolosamente, vedere se c’erano altri numeri, e via e via e via finché non beccava incarti bianchi. Una volta ne avrà presi una dozzina, e da allora e da casi simili di dipendenza (da gioco d’azzardo, più che da cioccolato) hanno introdotto un correttivo: se peschi un boero e ne vinci – per dire – tre, ti danno tre boeri da una scatola che viene fornita al barista dove nell’incarto non c’è scritto nulla. In pratica vinci sempre, e per rendere comunque ancora appetibile la pesca hanno introdotto anche la testa del re che ti dà diritto a una confezione da 120g di boeri (almeno nella marca Witor’s).

Io mi chiedo chi sarà stato quell’impiegato che negli anni ’50 o ’60 ebbe per primo questa semplice ma geniale idea. Il suo nome si è perso, come quello di molti eroi dei nostri tempi, e anche su internet non si trova nulla a proposito di questa pratica che credo esista solo in Italia, e nemmeno in tutti i bar. Di solito i boeri sono molto frequenti nei baretti “di frontiera”, nei quartieri popolari, lungo le Statali battute dai camionisti, nei circolini Arci o Mcl. Riserve indiane di vita autentica dove lo Spritz al limite è la pronuncia sbagliata della Sprite (come la Zup è la lettura sbagliata della SevenUp).

Del resto il Boero è il nonno contadino e partigiano del Mon Cheri (la marca Witor’s – sempre sia lodata – reca la scritta “Très Giolì”: stima per chi ha avuto la pensata della sottile presa in giro). Non sarà un caso se il nome è quello dei contadini olandesi che avevano colonizzato il Transvaal, e non credo che, a parte i diamanti, nel Sudafrica ottocentesco ci fosse un gran margine per il lusso e i piaceri della vita.

La sua forma è priva di grazia, ha una base dura e sostanziosa di cioccolato fondente che nel nipote Mon Cheri si è assottigliata al punto da renderlo adatto solo alla permanenza in scatole o in vassoi di cristallo, persino il liquore e la ciliegia del boero sono più rustici. In pratica è come se il Boero non fosse venuto meno al fine principale – per quanto ovvio – di ogni alimento, anche il più godurioso, che è quello, appunto, di nutrire.

Il Boero alla modica cifra di 50 centesimi copre tre forme di dipendenza: da cioccolato, da alcool e da gioco. Quando entri in un bar e lo intravedi, di solito vicino al registratore di cassa, ti prende una leggera euforia che ti riporta agli anni dell’infanzia e non puoi fare a meno di sorvolare i grappoli di boeri con la mano scegliendone infine uno, e sentire un brivido leggero di piacere per la resistenza dell’incarto che cede allo strappo, e migliorare la tua giornata quando il barista ti dà la quantità corrispettiva di boeri che hai vinto: piccola o grande che sia, è una piccola fortuna quotidiana, una ricompensa implicita per qualcosa a scelta tua, un invito alla speranza che non sarà del tutto una giornata di merda.

Perché il segreto del boero risiede in un ingrediente che nessun altro cioccolatino fino a oggi ha mai avuto: il sapore della vittoria.

[Sulla pesca con il Boero, indimenticabile il brano di Stefano Benni in Bar Sport, ed. Feltrinelli)

 

Comfort food #2 Il latte condensato

“Perino” di latte condensato (by MaGuar)

Il DNA non è acqua. Non è mai successo, ma se mio padre avesse avuto dei dubbi sulla sua paternità, sicuramente se li è tolti via via che crescevamo.
Il latte condensato è una prova inconfutabile che io e mio fratello siamo figli suoi. Mia mamma quando lo vede ha brividi di orrore. Noi invece lo adoriamo incondizionatamente.

Forse deriva dal fatto che mio padre ha visto la guerra, ha visto gli americani che portavano quelle tavolette spesse di cioccolato e le scatolette di latte condensato.

Io, per me, ho ricordi legati all’infanzia. Intanto quella vecchia scatola, che ora non usa più, di severo cartone bianco con la scritta blu, quello della Nestlè. Packaging austero, se paragonato all’esplosione kitsch multicolor dei prodotti sugli scaffali degli anni ’80. Una scelta monocroma quasi da paese del socialismo reale. Nessuna remora linguistica a sovrabbondare nell’aggettivazione per asindeto: il sottotitolo recitava “latte intero concentrato zuccherato

Poi, sul retro, tre disegnini.

  1. Una donna che metteva il latte condensato nel caffè: il prototipo delle prime donne in carriera che devono essere sempre vigili senza rinunciare a un minimo di dolcezza, giusto quella funzionale al rimorchio del sabato sera.
  2. (Il mio preferito). Un maschio caucasico adulto che, in tenuta da sci, ciucciava il suo latte, ridendo, direttamente dal tubo: immagine dell’uomo sempre più disimpegnato, belloccio e super/sempre giovane, vagamente mammone (con scambio freudiano del tubo di latte con la mammella), più interessato al weekend sulle piste dello Stelvio e alla preservazione della libertà di lasciare la tavoletta alzata che a dare una parvenza, anche casuale, di maturità.
  3. Un ragazzino, dall’aspetto che sarebbero piaciuto all’ufficio reclutamento della Napola, che il latte condensato lo spalmava sulla fetta di pane, evoluzione yuppie e consumistica del nonno che mangiava pane e olio e del padre allevato a pane burro e marmellata.

Io avrei voluto invece questi tre:

  1. Un soldato yankee vittorioso che getta tubetti da un carrarmato sui bimbi festanti, possibilmente russi, ma anche italiani del ’45 con i grembiulini va bene uguale;
  2. Una casalinga disperata con i bigodini che nel cuore della notte davanti alla porta del frigorifero aperta si spara il latte condensato direttamente in bocca; e, last but not the least:
  3. Un sopravvissuto a una guerra atomica, obeso, che se la spassa con il suo Nestlè in un bunker sotterraneo, circondato di scatolette vuote.

Ma si sa, non si può avere tutto nella vita.

Così per anni il sapore metallico del tubetto della confezione del latte condensato si è mescolata al sapore dolcissimo di quella lava sciolta, appiccicosa e inarrestabile. Sì, perché il latte condensato andava ciucciato direttamente alla fonte: i tentativi civilizzatori di mio padre di metterlo sul pane duravano lo spazio della prima religiosa apertura, di solito dopocena, quando era stato appena comprato all’Esselunga. Il latte condensato veniva sì spalmato sul pane, ma colava velocemente dai buchi delle fette e dai bordi finendo sulle mani, sulle maniche, ovunque. Allora giravi velocemente intorno alla fetta per arginare il più possibile la valanga, o iniziavi fanciullescamente a leccarti la mano, e lui allora colava imperterrito da un altro lato. Un Blob alimentare. Un Alien a alto contenuto di zuccheri che invece di fondere quello che incontrava, creava delle isole appiccicaticce nelle zone dove si posava e dove nel corso della serata, se non tempestivamente individuate, rimanevano incollati pelucchi, capelli, peli, lo strato superiore dei fazzoletti di carta.

Dopo questa pantomima della fetta di pane, io e mio fratello passavamo con grande naturalezza alla succhiata di nascosto direttamente dal tubetto. A volte entravamo in cucina con la suddetta fetta di pane, con sguardo innocente, come a dimostrare che eravamo disposti a fare le cose per bene. Si metteva un po’ di latte sulla fetta. E quello, con la scioltezza che gli compete, subito colava. Allora, sfiniti dalle previsioni strategiche su quale lato della fetta sarebbe debordato, con ancora il boccone in bocca succhiavamo un rinforzino consolatorio direttamente dal tubo. A volte rimaneva qualche briciolo di pane attaccato e così si veniva sgamati. Altre volte, nel cuore della notte, ci stava bene la succhiata arrogante e lussuriosa, in quanto completamente gratuita, prima di prendere un bicchiere d’acqua.

Negli anni la confezione si è ingentilita. Per esempio ora che è in plastica e il tappo è bello grosso, si può mettere a testa in giù e così è subito pronto ad uopo. Una volta, con il vecchio tubetto, ho tirato su con talmente tanta forza disperata gli ultimi rimasugli depositati in fondo alle pieghe dure del metallo che alla fine avevo male alle guance.

Per un po’ di tempo ho visto in giro anche dei “perini” di latte condensato, cioè tubetti piccoli per spararseli direttamente quando uno è un po’ a rota, o ha appena perso l’autobus, o è stato lasciato. Poi li ho persi di vista. Peccato, era una grande idea. 

[Aggiornamento: esistono confenzioni da cinque bustine monodose. Sto sfidando la sorte portandole sciolte in borsa insieme a chiavi, pinzette, cerniere].

Ho inoltre capito che effettivamente l’odio e l’amore, ben rappresentati nella mia famiglia, sono poi gli unici due atteggiamenti possibili nei confronti del latte condensato. O lo odi come odi i ragni e le cavallette, o lo ami come te stesso. L’ho scoperto un giorno che ero con cinque delle mie colleghe. Chiaccherando, si scopre che due di loro non avevano mai sentito il latte condensato. Siamo corse subito alla vicina Esselunga e le abbiamo munite di “perino” di prova e ci siamo messe in attesa.

Una l’ha subito allontanato, sdegnata da tanto profluvio di dolcezza. L’altra lo ha seccato alla goccia, quasi rischiando di risucchiare tutto il tubetto.

In un mondo in cui i Tegolini sono dimezzati di estensione  e i Soldini sono spariti, in cui le caramelle col fischio e le gomme di Braccio di Ferro sono forse illegali in molti Stati, il perdurare del latte condensato, e quindi della sua nicchia di estimatori, mi regala ancora l’illusione della gioventù, e una fiducia piccola ma concreta nel genere umano.

 

 

Comfort food #1: la pasta d’acciughe

Mai senza acciughe in casa (by MaGuar)

Chiedete alla gente quale sia il suo cibo preferito, di cui non riesce assolutamente a fare a meno. La maggior parte risponderà cose comuni: la cioccolata, il caffè, la pastasciutta.
I nostalgici tireranno fuori il ragù come lo faceva la nonna, il pollo fritto della zia Marta, lo stracchino della mensa delle suore.

Gli splendidi tireranno fuori piatti esotici che solo le loro, tra le papille gustative del mondo libero,  hanno assaggiato: il mojito come lo fanno a Agadir, il sushi di mango di un ristorante che conosco solo io a Benares, il calzone berbero ma solo quello originale, che fanno in un posticino a Erfoud.

Io, per me, amo le acciughe.

[Si percepisce l’eco montaliano?]

Le acciughe e ancor di più la pasta di acciughe, marca Balena, confezione vintage con tricolore e tappo rosso, familiarmente chiamata anche Acciugata.

Ricordo quella merenda alle dieci di mattina, quando tutti i miei compagni sfoderarono le merendine anni 80 d’ordinanza: un tripudio di Kinder Brioss e schegge di trenta centimetri di “stiacciata” unta e secca  in cui rimanevano conficcati i primi denti di latte. Io, giovenilmente vezzeggiando, feci sfoggio del mio pan carrè con il burro e la pasta di acciughe. Ricordo ancora gli sguardi e i gridi inorriditi dei miei compagni. Ci rimasi male, ma bastò il primo morso a cancellare la delusione.

Ricordo l’orrore ai tempi del liceo quando ci spiegarono che gli antichi romani andavano pazzi per una salsa di pesce fermentato e salatissimo che chiamavano garum: e io che invece sentivo l’acquolina in bocca perché nella mia testa pensavo al garum come alla pasta d’acciughe.

La pasta d’acciughe non mi tradisce, c’è sempre, e mi risolve la serata davanti allo streaming, il pranzo, lo spuntino di mezzanotte, la nausea (come mi ha confermato una mia amica attualmente incinta, e unica altra donna che conosco che condivida con me questa passione), l’antipastino degli ospiti all’ultimo momento, il rinforzino post prandiale o il fermino delle undici di mattina.

Dà un senso alla fetta di pane, con burro o maionese o olio a farle da compagnia. Frigo del venerdì, sconsolatamente vuoto: pasta in bianco con olio o burro più acciugata, e la vita ti sorride. E’ il segreto dello chef nei fegatini di pollo.

La pasta d’acciughe è come la mamma. Paziente, aspetta nel frigo che tu corra da lei nel momento del bisogno. Sa farsi da parte, ma quando la incontri lascia sempre il segno: sottilmente invadente, non si può restarne indifferenti, che la si odi o che la si ami.