Il concetto di “rota”

Metadone (by MaGuar)

Ero bambina negli anni ’80. Anni in cui la droga per eccellenza era l’eroina, gli anni di Christiane F. e dello zoo di Berlino, gli anni degli sconosciuti che ti avrebbero dato le caramelle con la droga ai giardini perciò dovevi imparare a rifiutare.

[Solo in anni recenti, chiacchierando amabilmente di queste leggende dell’infanzia, sono giunta a una parziale comprensione del perché degli sconosciuti avrebbero dovuto donarci perini in forma di caramelle: “per crearci la dipendenza e così fidelizzarci come futuri drogati” ha detto qualcuno di cui non ricordo il viso, tanto l’illuminazione, nella sua palese sensatezza, è stata accecante]

Insomma, la droga è qualcosa che so che è sempre esistita, perciò sono sempre stata edotta sul lessico (base) della della disciplina: overdose, pera, spada, tossico, rota.

Negli anni il concetto di rota ha assunto un peso notevole nel mio modo di parlare grazie alla mia amica Giulia.

La mia amica Giulia da anni studia i tossici della mia città braccandoli in biblioteca, su Facebook e Instagram. La sua formazione di biochimica le permette di conoscere scientificamente un’ampia gamma di droghe con i loro effetti. Questo la rende talebana, per esempio nel bellissimo Requiem for a Dream non ha tanto digerito la sequenza tipo videoclip di quando si sparano l’ero e la pupilla si dilata: non ha accettato un errore così clamoroso, perché tutti sanno che con l’eroina la pupilla fa il contrario di quello che si vedeva nel film, si restringe.

Il concetto di rota si declina dunque come “sono un po’ a rota”, ” ho un po’ di rota “, “che rota”. In questo senso indica uno stato di ansia mista a angoscia e malessere indefinito, che avrebbe bisogno di essere appagato da non si sa bene cosa. Esempio:

“Oggi sono un po’ a rota, devo andare a mangiare lo stracotto dai miei”

Oppure, su whatsapp:

“Qual è il vostro livello di rota today?”

Ma si può usare anche, per esempio, per indicare una fissazione che nasconde un malessere. Ad esempio:

” Oggi in palestra ho fatto duecento addominali”

“Che rota!”

Questo post nasce da un’esigenza reale. Sono molte le persone che non conoscono questo concetto, specie tra quelli nati nei tardi anni ’80 quando la cocaina è diventata più di moda.

Sicché un giorno ero in macchina con un’amica straniera, due amici trentenni e una ventenne. Ecco il dialogo.

Amico trentenne: “Sicché sto costruendo un tavolo”

Io: “da solo?”

Amico trentenne: “sì ho attrezzato il garage, ci ho messo tutto, anche la sega circolare”

Io: “che rota!”

Amico trentenne, vagamente sfavato: “ma perché dici sempre ‘rota, rota’? Che vuol dire?”

Io: …. [Silenzio perplesso]

Amica ventenne: “è la rota, dai” [non lo sa].

Amica straniera: “vuol dire che è una cosa bella, ganza, no?”

Al che segue la mia spiegazione.

Amica trentenne: “Non l’avevo mai sentito dire”

Amica mia, questo post è dedicato soprattutto (ma non solo) a te.

Anche io mi merito un Ex Libris

Ex libris (by MaGuar)

La mia amica Alessia ha lavorato per anni in Mondadori. A casa ha circa 3000 libri, molti dei quali comprati a sconto quando era dipendente.
[Ha tantissimi Meridiani. Invidia].

L’estate scorsa li ha ordinati per tutte le librerie del salotto in ordine alfabetico (stima). Non so se sia l’ordine migliore. Io ho provato a fare qualcosa di simile al Dewey ma insomma, non è che funzioni.

In ogni caso alla mia amica Alessia invidio, in ordine crescente:

  1. La libreria immensa su tutte le pareti
  2. I Meridiani di cui sopra
  3. Il suo ex libris.

Il suo ex libris: una cascata di rose e una citazione di una poesia di Saba. Non sapevo di volerne uno anche io. Non sapevo di averne bisogno anche io.

Perciò ciclicamente in passato mi sono messa a smanettare su Internet per capire come fare questo Ex libris. Ho scelto invece quasi subito il motto: un verso di Montale, “tendono alla chiarità le cose oscure”, che per motivi a me inspiegabili e senza reale connessione con la poesia da cui è tratto, mi trasmette un’immotivata felicità. Addirittura mi spingerò oltre: mi fa sentire ottimista, e per me è uno stato così inusuale che non me lo spiego, ma per una volta mi ci adeguo volentieri.

Come simbolo avevo pensato a una lanterna, o a un colle nero con un sole che sorge.

Tutte cose belle se solo avessi saputo a chi rivolgermi. Ci sono siti che fanno ex libris a partire da dei disegni che si possono ritoccare e personalizzare attraverso un programma, ma si parte da 69 euro e mi pare un po’ eccessivo visto che si tratta di incidere un timbro.

Sicché la mia tirchieria e una buona dose di pigrizia mi hanno tenuta in sospeso per più di un anno e mezzo.

Finché.

Finché non siamo arrivati ad Hanoi, e abbiamo trovato LUI: il timbraio. Un simpatico Vietnamita che avrà avuto un’età indefinibile tra i 25 e i 45 anni. Che con calma, seduto sull’uscio del suo microscopico negozio, intaglia su un cubo di legno morbido dei segni.

E così ci sono riuscita. Abbiamo dovuto affrontare la spiegazione, con il suo inglese minimo, di quello che volevamo: scegliere la forma, scrivere le parole, sperando che le capisse e non le sbagliasse (e infatti un accento è saltato), fargli capire il disegno. Alla fine ho scelto la lanterna orientale, perché così mi ricorderò per sempre di dove l’ho fatto fare. Il mio amico Francesco se n’è fatti fare sei, e siamo stati un’ora buona seduti intorno al nostro timbraio strappandoci di mano il quaderno e i modelli.

Certo, mi searebbe piaciuto un ex libris con un  po’ più di elaborazione, magari centrare le scritte, ma insimma: quando l’ho visto ho capito che era lui. Semplice, quasi infantile, con una lanterna che non si capisce alla prima che cos’è, con il carattere in Arial. Mi rispecchia e ha una storia, molto più interessante che se mi fosse arrivato per posta.

 

 

Anche io volevo il post di fine anno

Lanterne di Hoi An (by MaGuar)

Scorrendo le mie bacheche Feedly vedo che va molto di moda il post di fine anno, che contiene bilanci e propositi e si conclude con gli auguri ai propri lettori.
Siccome intanto il primo dell’anno è passato da mo’, siccome io ho ben due agende per scrivere i propositi e quindi non ha senso scriverli anche qui, e siccome i bilanci mi mettono ansia, e siccome non ho lettori ai quali augurare niente, al limite dal Vietnam avrei potuto giusto fare un po’ di spoiler sulle prime ore del 2017, insomma: per tutta questa serie di motivi, io nel mio post di Capodanno in ritardo come una martinicca da barroccio voglio ricordare alcuni Capodanni memorabili della mia vita.
Partendo dal presupposto che a un’ansiosa e tendenzialmente malinconica come me non può che generare ancora più ansia e malinconia il Grande Mantra propagandato e superindotto dai media del Capodanno: “ci dobbiamo divertire a tutti i costi”, i Capodanno per me sono sempre stati un’attenta ricerca del low profile: amici selezionatissimi, attività minime, possibilmente a letto presto. Se prima di mezzanotte, ancora meglio.

Perciò mi ricordo il Capodanno del 2005-2006, quando il mio amico Fabio, per salvare le apparenze della festa, ci propose di cenare a casa sua, nella ridente Seano. O meglio, siccome a casa sua c’era sua mamma e chiaramente anche lui aveva voglia di sentirsi più libero,  occupò la casa disabitata da anni che era accanto alla sua. Passammo il capodanno con un fuoco improvvisato nel vecchio caminetto, che non tirava e ci affumicò tutti come speck. Inoltre, siccome per l’appunto pioveva, ben presto lungo le pareti marce iniziarono a scorrere rivoli di acqua. Non è un modo di dire: si vedeva scorrere lungo il muro, al quale Fabio aveva.attaccato dei chiodi, sopra i quali passava un semplice filo che reggeva la lampadina, che creava l’effetto ” Mangiatori di patate” di Van Gogh. Le pareti trasudavano gonfie di umidità e il fuoco, dato che non tirava, non asciugava ma ci avvolgeva in una cappa di fumo abbastanza omogenea per consistenza e odore.

Un altro Capodanno è quello del 2010-11 a Parigi. Io la Cri Francesco e Tony avevamo deciso di andare al Rocky Horror Picture Show nel 5° arrondissement ma prima avevamo deciso di mangiare a casa. Andammo a fare la spesa nel pomeriggio da un Franprix vicino al nostro appartamento, nell’11°. Tony si impuntò per avere, tra le varie cose, anche un po’ di salmone, era Capodanno, ecchecavolo. Arrivati a casa alle cinque e mezzo, iniziammo a disporre le cose sul tavolo. Ci cambiamo. Ci svacchiamo sul divano. La Cri spelluzzica qualche mollica mentre finge di allestire il nulla. Io per non essere da meno spelluzzico al seguito. Alla fine tutti e quattro esordiamo con un “ecchissenefrega” e iniziamo a mangiare, senza una vera progettualità alle 18.30 del 31. Roba che nemmeno Fantozzi. La Cri decide che la roba comprata non le va, così fanculo al Camembert, si fa il cenone con un bel caffellatte. Nel frattempo ridevamo come matti parlando male di alcuni personaggi, amici di amici, che avevamo conosciuto in quei giorni. A un certo punto mi prende una crisi di riso: il salmone di Tony si rivela essere “truite”, cioè trota, “di elevato fiume” traduce lui, “di allevamento” correggo io tra le lacrime. Quantomeno quell’anno festeggiammo la mezzanotte, durante la pausa del film. 

Nei cinque anni successivi non è piu successo.

Nel 2011-12 in Belgio avevamo un casa. Prendemmo diverse birre, mangiammo nel solito modo disorganico rivedendo per l’ennesima volta The Rocky Horror Picture Show. L’idea era di aspettare la mezzanotte guardando i Griffin, ma alle 22.15 ci facemmo gli auguri e crollammo a dormire.

2012-13: non eravamo a giro, perché il 31 mattina eravamo tornati da Parigi. Prendemmo tre film in Lazzerini (uno era Svegliati Ned, l’altro I Viceré, il terzo non lo ricordo). Alle 19.00 salto al Pam con la Giulia a farci da assistente. Comprammp un po’ di cose buone come l’arrosto di vitello all’arancia. Cena a casa e a letto intorno alle 22.00.

Anno seguente, 2013-2014, Sidi Ifni: finiamo nell’unico ristorante che aveva ancora posto. Il  cameriere, per affrontare la serata, aveva probabilmente pippato una striscia lunga quanto la Banana Coast e saltava da un punto all’altro del locale come il Clown della Giungla nel cartone animato di Paperino. Memorabile la scena dell’insalata della casa: “che c’è nell’insalata della casa?” “boh!”. Siamo andati a letto verso le 23.30.

Capodanno a Sbeitla, Tunisia, 2014-15. Arriviamo all’Hotel sotto una pioggia fredda e battente che sui monti della Tunisia, dopo venti anni, è neve. Un solo hotel, nessun posto dove mangiare: un baretto che fa solo caffè e vende merendine preconfezionate, e nemmeno in kebabbaro dove scaldarsi. A un certo punto la Cri adocchia un’insegna, Flavius: inizia così il capodanno più indimenticabile. C’è un buttafuori all’entrata che ci lascia passare, più per lo stupore di vederci lì con le nostre giacche quasi estive (ma non doveva fare caldo?), in una mise tra lo sportivo e il casuale. La cameriera ci porta una ventina di birre così, tutte insieme, in una specie di barilotto. Il locale ha dei tavoli dove loschi figuri si mimetizzano dietro altrettanti assembramenti di birre, stanno facendo il sound check della serata (ah, sono le 19.00 circa), e la cameriera non batte ciglio quando le chiediamo di cenare, forse anche lei frastornata dal vederci lì, a coppie, in un night club, chiaramente stranieri. Ci porta un pesce arrosto, probabilmente strappato alla cena dei camerieri. Mangiamo e ce ne andiamo sotto lo stesso sguardo attonito del buttafuori, per finire la serata (sono le 20.30) al baretto di cui sopra, a mangiare una pastina incellophanata prima di andare a letto battendo ogni record: luce del comodino spenta alle 21:20. Il giorno dopo era tutto gelato. E andammo su quelle montagne dove era nevicato, beatamente incoscienti di quello che ci aspettava in un paese che non vedeva la neve da quattro lustri. Ma questa è un’altra storia.

Capodanno 2015-16 li batte tutti per l’improbabilità del luogo: a Podgorica, ex Titograd, nel Montenegro. Per precauzione qui abbiamo fatto la spesa al supermercato, pensando alla peggio di mangiare trojai in camera. Giriamo per Podgorica almeno un’ora: e sono due strade tracciate nel nulla circondate di palazzoni. Sembra di stare tra l’Osmannoro e Campi, ma ehi: questa è una capitale, e noi giriamo per il centro. Non ci sono ristoranti. Quelli che vedevamo erano chiusi. Una pizzeria aperta ha deciso di fare solo da bar per la serata che si prospetta impegnativa. Alla fine troviamo un kebabbaro attrezzato che ha anche un menù e dei tavoli, e finiamo l’anno (intorno alle 22.40) guardando il video di Man hit by a shovel su YouTube a fila almeno una ventina di volte.

Ed eccoci a questo Capodanno. Siamo a Hoi An, a metà del Vietnam, ed è così bella, e piena di persone, e ha questa usanza di mettere le lanterne dei desideri in acqua, e ha anche un sacco di giovani vietnamiti che ai mescolano alle famiglie di turisti, ai giovani backpapers, alle tardone britanniche, tutti a ballare sotto la musica tunza sparata a tutta (e sarebbe del resto impossibile dormire) che, miracolo! Decidiamo che effettivamente vale la pena “tirare tardi” e aspettare almeno i fuochi d’artificio che ai specchiano nel fiume, sempre più gonfio sotto la pioggia che va e viene, e quando viene, viene a scroscio. 

Così dopo cinque anni ho rifatto mezzanotte, ho salutato con immensa gioia questo anno e come tutti quelli che erano a guardare con il naso all’insù, ho fatto propositi perché sia un anno migliore, e ci ho sperato anch’io, almeno un po’.

Al ritorno in albergo, ci siamo accorti che pioveva in camera.

Zambra

La Stazione di Zambra (fonte: Yelp)

Io non penso che mi riprodurrò, ma se mi riprodurrò a mia figlia darò il nome Zambra.

Percorrendo la linea ferroviaria Prato – Firenze, può capitare di prendere il treno che ferma a tutte le stazioni.

Una di queste stazioni si chiama Zambra. Una volta che ritornavo in treno c’erano due ragazzini. Quando ci fermammo a Zambra uno dei due, che sembrava preso di peso da un film di fantascienza anni ’80, disse: “Zambra? O che siamo, in Africa?”.

Da questa battuta si è scatenata la.mia fantasia, e si scatena ogni volta che percorrono la linea. Tanto più che se mi tocca prendere il treno lento, sono quasi contenta. Negli anni ho fantasticato della Repubblica africana dello Zambra, ho immaginato di intravvedere le giraffe al di là dei binari, ho sognato viali polverosi di sabbia e contornati di palmizi che portavano diritti al deserto.

E non dispero, un giorno, di trovare un’altra Zambra, in un continente lontano, dove i miei sogni di viaggiatrice diventeranno realtà.

Su Zambra, c’è anche una voce su Wikipedia: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Stazione_di_Zambra

My sentimental Esselunga

La mia Esselunga, in viale Galilei (by MaGuar)

Martedì 29 novembre mi sono alzata con un pensiero. Nella quantità di cose da fare, dovevo trovare il tempo per andare all’Esselunga di viale Galilei.

So che sembro una schiava del Sistema, un esempio lampante del Produco Consuma Crepa, la coglionazza che crede alla famiglia della pubblicità, ma sai la novità? Chissene.

L’Esselunga di viale Galilei è un luogo della mia infanzia. È un luogo mio e del mio babbo. Il mio babbo ha sempre amato i supermercati. Forse perché in tempo di guerra aveva sofferto la fame, o quantomeno aveva sofferto il non poterla mai soddisfare del tutto. Forse perché fino al dopoguerra non aveva idea di cosa fossero, ad esempio, le banane.

Fatto sta che i primi supermercati avevano realizzato, in età ormai adulta, un sogno a lungo cullato nei tempi dell’infanzia, sotto le bombe. Un luogo dove bastava allungare la mano per avere tutto ciò che solleticava il tuo appetito, o la tua gola.

Io ho preso dal mio babbo. La novità di un caramella dolce e dietetica al tempo stesso, il formaggino alle erbe, lo yogurt dal gusto esotico, la zuppa in busta mai sentita prima, l’infinita varietà del biscottame ci hanno sempre ammaliato.

Il mercoledì, o il giovedì al più tardi, la sera, si andava all’Esselunga. Con o senza mamma, non importava. Era un rito. Un tentarsi reciproco con le novità, un prendersi in giro su quelle più strane:

– Babbo, ci sono i biscotti alle fave di cacao!

– Sì, alle fave di chi li compra!

La corsia dei latticini (by MaGuar)

Il nostro reparto preferito era quello latticini e yogurt, nei quali abbiamo sfogato, più che da ogni altra parte, la nostra inclinazione allo sperimentalismo, ma anche quello dei biscotti non era male.

E io, personalmente, ho ricordi di lunghe permanenze anche di fronte agli scaffali dei prodotti per il corpo, dove ho esercitato l’arte del “volersi bene” – che alle medie si traduce molto prosaicamente in: “levarsi i brufoli” – sperimentando ogni nuovo ritrovato: il Clerasil, l’olio indiano che doveva far sparire i punti neri, la crema della L’Oreal che ti purificava la pelle. 

Come un personaggio di D’Annunzio, mi sono stordita con i profumi dei bagnoschiuma e degli shampoo, imparando a riconoscere la giunchiglia, il tiglio, la mandorla, l’odioso pino silvestre che mi ricordava l’arbre magique.

La corsia dei prodotti personali (by MaGuar)

Tutto questo complesso di ricordi di benessere anni ’80 e di affetti familiari in salsa tonnata (Calvé- la nostra preferita) era legato all’Esselunga. Qualche rara volta al vicino Superal, poi Pam, che ha chiuso mentre il babbo era tra la vita e la morte: ma anche se meno legata, gli scaffali mezzi vuoti quel sabato mi hanno dato un senso di malinconia soffocante.

Ma torniamo a quella Esselunga.Una volta, quando ero già grandicella, mi sono persa: ora lo so, era forse il primo attacco di panico.

All’Esselunga c’è sempre pieno e scarso margine di manovra, cosicché avevo inventato il mio assioma: non importa quanto si estenda in larghezza e profondità: alle casse dell’Esselunga c’è sempre casino.

Così, per l’ultima volta ho parcheggiato, ho percorso quei corridoi stretti e ingombri di roba (ma quanti hanno notato le cose attaccate in alto, sugli scaffali?). 

Trentasette anni di onorato servizio. Quasi la mia età.

Ho ricordato anche le carrellate di roba comprate il sabato pomeriggio con la Giulia, l’Ilaria e l’Elena per festeggiare i famosi compleanni del l’elena, festini di bulimia e alcool e surrealismo che duravano fino a tarda notte, e a volte avevano la coda la domenica sera per finire gli avanzi.

Ho ricordato l’anno scorso, il giorno di inizio delle riprese del corto della Giulia, che dovevano avvenire a Brasimone. Ma l’appuntamento era a quel parcheggio, con i sacchi gialli della spesa per il pranzo a sacco. 

Nessuna tristezza, nell’ultimo giorno. Gli scaffali erano costantemente riordinati in modo da sembrare pieni. 

Ho pagato e sono uscita all’aria aperta. Di fianco, la nuova Esselunga era bianca e lucida, pronta a raccogliere il testimone il giorno successivo. La mamma e la figlia, nuovi padri con nuovi bambini sgambettanti dai carrelli, nuove spese il mercoledì sera.

“È necessario che tutto cambi, perché tutto resti come prima” dicevano nel Gattopardo.

Perciò malinconia per quella bambina e poi ragazzina che è rimasta, insieme al suo babbo, in quelle corsie adesso spente. Ma anche sollievo al pensiero che altre bambine e altri babbi percorreranno scherzando altre corsie, e magari il babbo racconterà alla figlia che lì dove c’è il parcheggio, beh, un tempo l’Esselunga era proprio lì.

Un addio che sentivo di doverle fare. E un benvenuto a quella che verrà.

L’ostico ottico 


Occhiali occhiali occhiali (by MaGuar)

E  così, dopo diciotto anni di figaggine senza occhiali, oggi il verdetto. Devo tenere gli occhiali fissi.
A dire il vero già una decina di anni fa avevo ricominciato a vedere male, la sera. Avevo portato vari tipi di occhiali “da riposo”:  leggerissimi senza montatura, poi piccolissimi stile Gelmini, poi larghi stile nerd anni ’70.  Ma non mi ero mai rassegnata all’idea di tornare quattrocchi, soffrire di nuovo appena desta al mattino per non vedere, tra un po’, nemmeno il comodino. Perciò è stato tutto un levare e mettere occhiali, solo la sera, solo davanti alla TV, solo dentro i negozi, solo al chiuso.

A ripensarci ero proprio scema. Chi è che si leva e toglie occhiali da miope in continuazione? Ma io avevo fatto una scelta: e tra vederci a 10 decimi e essere figa, avevo scelto di essere figa, e mi sono convinta per anni di avere solo un problema con le luci basse, e che portassi solo occhiali da riposo.

[Non ho mai capito quella moda dei tardi anni ’90 di mettersi le montature nere degli occhiali con lenti neutre, senza essere miopi. Sarà perché li indossava una mia compagna di classe che detestavo].

Quindi gran parte della colpa è mia, e anche del defunto oculista che mi operò troppo giovane, quando ancora il laser era agli inizi, e convinse i miei troppo buoni genitori che una miopia ferma da cinque anni era ferma per sempre.

Ma la colpa non è nemmeno del laser, perché alla fine, come mi disse il successivo oculista, le miopie non si arrestano più per colpa dei PC, degli schermi, delle TV. L’occhio è fatto per guardare lontano. E poi io sapevo che a tenere troppo gli occhiali la vista si rovinava perché l’occhio si impigriva. Boh.

Così, passato il momento della delusione, ho deciso di comprarmi l’ennesima montatura. Se miopia deve essere, almeno che diventi un’occasione di shopping.

Il mio ottico ha un sacco di montature nuovissime. Si va dalle semplici Clark, per passare alle Vogue, alle Pierre Cardin, Gucci, Missoni e via dicendo. Però oltre alle montature nuove ci sono quelle magari delle collezioni precedenti, oppure usa le marche base: quelle cioè che gli stilisti comprano per metterci poi le loro firme sopra (“questa ell’è una Allison” – dice con una certa sensibilità per le allitterazioni – “e’ la pigliano le case di moda pe’ farci gli occhiali loro”). Praticamente con una settantina di euro mi porto a casa una montatura con le letti antiriflesso e infrangibili, se volessi qualcosa di firmato andrei a spendere sui 120-150 euro che comunque è un buon prezzo.

Il negozio è sul curvone della strada vecchia dell’ospedale, in un posto lontano dalle vie commerciali del centro. Una via bruttina e inquietante, vicino al centro oncologico e al piazzale dei bus. L’insegna è minimal (“Ottico”, senza nomi o cognomi), la luce dentro è giallastra, le vetrine sono di legno, il caos regna ovunque: sui ripiani e nei cassetti. Lo spazio è ristretto. Non c’è assolutamente niente di allettante o di design, non c’è figaggine, non ci sono sottofondi musicali. Tuttavia, è sempre pieno di varia umanità. Dovrebbero dare una laurea honoris causa in Antropologia a gente come me o mia mamma che ci serviamo da lui da venticinque anni, interagendo con lui e i personaggi che si servono da lui.

Il valore aggiunto del mio ottico è che molto incazzoso. Basta dargli il la e lui parte. Può iniziare una tirata contro qualsiasi cosa: cinesi, zingari, assessori, tranvia, sistemi di sicurezza, traffico, colori delle mura delle case, guerra del Vietnam, cerimonie massoniche, medici delle aziende ospedaliere, malattie rare, gatti vs cani, vita militare, leggi di sinistra, case crollate, bombe, IVA, lavori stradali, l’ASL 4 e il nuovo ospedale. [Si tratta di una prima lista, purtroppo incompleta, degli argomenti di cui l’ho sentito parlare in questi cinque lustri].

Non occorre interagire molto, anzi: se non si apporta nessun contributo alla discussione forse è anche meglio. Ci si dispone, alla bisogna, ad annuire, scuotere la testa disgustati, emettere “oh” di meraviglia. Alla fine l’ottico ti prende in simpatia perché ti sente sulla stessa lunghezza d’onda e ti arrotonda il prezzo.

Se si è particolarmente fortunati, si può capitare in un momento in cui c’è un cliente che, per eccessiva confidenza o per impostazione caratteriale, pretende di interagire. Possono venire fuori dei duetti che ve li raccomando. Purtroppo ho rimosso gran parte di questi scambi meravigliosi. In uno, mi ricordo di una battuta dell’ottico sulla pericolosità del lavoro che faceva il genero del cliente, e il cliente che ribatteva che si augurava che il genero morisse davvero. Così, tanto per far capire il tenore delle discussioni nelle quali, peraltro, il mio lato diabolico spera sempre di imbattersi.

Ma anche nel caso precedente in cui si dilunghi in qualche monologo, occorre andare lì senza furia e calcolare dai trenta ai quaranta minuti di attesa condita di arringhe varie. Per ingannare il tempo, si possono provare le montature ammucchiate sui mobili. Di solito, finisce che si va da lui per farsi restringere una stanghetta, nell’attesa si prova qualche occhiale, ce ne piace uno, si sente il “prezzaccio”, e si finisce per comprarlo.

Anche solo per sfinimento.

Per concludere, mi farò del male riascoltando questa canzone che mi cantava mia mamma quando ero piccola, in tempi non sospetti. Augurandomi che le inglesi vadano di moda anche quest’anno. https://www.youtube.com/watch?v=_H1yd93Ze5A

 

 

Perché la Cina ci conquisterà, e a ragione

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Sabato, palestra semivuota, è quasi ora di pranzo. Negli spogliatoi ci sono solo io. 
Arriva una giovane istruttrice di nuoto, che accompagna una minuscola bambina cinese, molle d’acqua, con l’accappatoio e le ciabattine rosa. La versione orientale della bambina della famiglia Cuore. Avrà sei anni, sette a esagerare.

La bambina guadagna il suo zainetto (rosa, con dei disegni di qualche personaggio che sono troppo vecchia per conoscere. Lo zaino è di quel tipo con le rotelle e la maniglia che si estrae e diventa un trolley. Un trionfo di pvc). L’istruttrice si guarda intorno perplessa, entro nel suo campo visivo per uscirne subito.

Si volta verso la bambina e le chiede: “Ma la mamma dov’è?” (al che ho capito perché non mi ha preso in considerazione). Lei risponde: “A lavorare!”, e basta lo sguardo che rivolge all’istruttrice per sottintendere che quella domanda le sembra così scontata da sembrare stupida.

” Ma… Allora fai tutto da sola?” chiede l’istruttrice. La bambina  non risponde nemmeno, sorride e basta, accondiscendente. 

Ricordo i corsi di nuoto di altre piscine più popolate, con mamme che entrano negli spogliatoi inguainando i tacchi nelle pattine di plastica, che dirigono come un mister a bordocampo i figli sotto le docce (ma ce ne sono anche di quelle che si avventurano sprezzanti degli schizzi o del pavimento scivoloso), o li vestono, o li tengono sotto i phon perché si asciughino bene i capelli mentre i pargoli – seienni come decenni (a volte undicenni) sgranocchiano la pizzetta in un turbinio di capelli, vento caldo e odore di cloro.

La bambina cinese ha fatto la doccia, da sola. Si è  asciugata, da sola. Ha ripiegato il costume e l’accappatoio e lo ha rimesso nello zainetto. Si è rivestita. Da sola.

Se la Cina sta conquistando il mondo, un motivo ci sarà.

Poi ho ripreso la palla umida e informe dei vestiti che avevo buttato nella sacca, e li ho ripiegati uno per uno. Vergognandomi un po’.