Il capestro #2 Ma sei sempre a giro?

Edimburgo (by MaGuar)

Ora, è vero. Io sono spesso “a giro”. Mi garba parecchio. Ma non si parla solo di viaggioni in macchina o con 10 ore di volo. A me piace anche andare “a giro” per il gusto di andare a giro. Se tanto tanto c’è un ponte di tre giorni, almeno due mi piace “andare a giro” anche nei dintorni. Per fortuna viviamo in Italia, dove anche a stare nel raggio di 100 km trovi un sacco di cose da vedere.
Ora, pare che questa attività tutto sommato minima, gratificante, intellettualmente stimolante, sia vista da alcuni come simbolo di spregiudicata ricchezza. Della serie: “vai a giro perché te lo puoi permettere, se no staresti più fermina, sai”.

Me lo posso permettere? Beh, sì. Ma non perché sono una Kardashian. Me lo posso permettere perché ho fatto delle scelte, scelte che hanno lo stesso valore di chi preferisce avere il televisore con lo schermo 3D, solo che io non gli vado a dire “ma ti sei comprato un televisore 3D”. Se mai chiedo che mi inviti a vedere Game of Thrones.

Me lo posso permettere perché nella mia vita me ne frega assai di cose come, per esempio, la cover del telefono da 50 euro. La mia è giallastra perché è di plasticaccia (ma che plasticaccia: con i voli che fa il mio cellulare, dovrebbero testarla per rivestirci le carrozzerie) e, per distinguere il telefono, c’è inserita una meravigliosa figurina della coop con uno scarabeo stercorario. E con quei 50 euro ci pago una notte fuori.

Me lo posso permettere perché ho superato abbondantemente l’età in cui è necessario costruirsi un’immagine sociale a botte di Negroni da 8 euro l’uno minimo nei locali giusti. Ora con orgoglio potrei postare foto su Instagram alle 22 di sabato con davanti gli arancini dell’Esselunga riscaldati e un bel documentario sull’Armata Rossa, e non sentirmi una sfigata. E con quelle 400 – 500 euro che non ho speso così, mi ci pago il volo Peretola-Parigi e pure il soggiorno all’hotel Sully un fine settimana lungo.

Me lo posso permettere perché l’80 per cento della mia mobilia è usato, e un divano deve fare il divano, cioè contentere il mio culone e sopportare con stoica rassegnazione il mio peso per un sei – sette ore al giorno, e vari residui alimentari, perciò quei seimila euro che ho risparmiato me li sputtano tutti in biglietti aerei, benzina, bed and breakfats “a giro”.

Non mi venite a dire: “beata te che puoi” perché, organizzandosi, tutti possono. I miei genitori, quando ero piccola e “non potevano”, tutti i sabati mi portavano a vedere qualcosa a Firenze, o nel Pistoiese, o a Lucca, o a camminare in montagna da qualche parte. Inculcandomi l’idea che per conoscere bisogna muoversi, e che c’è tante di quelle cose da vedere al mondo che annoiarsi è solo una libera scelta (per altro lecita).

Sicché io chiedo il capestro per quelli che mi fanno i conti in tasca, o mi dicono che quando invecchierò, quando farò figli, quando avrò un mutuo (che in realtà ho già) non viaggerò più. Perché il problema, cari miei, è che il viaggio è un concetto di testa, più che di soldi, kilometri e di mete. E quel tipo di “testa”, cari miei, è l’unica cosa che, consapevolemente o meno, non avete.