Il fascino affilato della Ghigliottina

Cioè. Non è che io sono una sostenitrice della pena di morte. Anzi.

Però quando sono alla  rivoluzione francese, quando inizio a spiegare della ghigliottina, non lo so… Mi si illuminano gli occhi, sinistramente.

Io sapevo di una certa Lance, una tricoteuse degli anni del Terrore, che sferruzzava proprio sotto il patibolo, mai paga dello spettacolo. Cioè, per dire: la capisco.

Capisco il fascino malefico ed elegante, essenziale come se fosse stata progettata da un designer Bauhaus: due linee lunghe e parallele, la lama, un’altra linea di sbieco, e il cerchio intagliato nel legno, alla base. Capisco il rumore della lama, che doveva, alla lunga, fare l’effetto che fa il rumore delle forbici ai gatti. Capisco che la meccanica e la ritualità doveva appagare la sete perversa di violenza e tortura insita nel genere umano, e magari era anche un rito catartico.

Sapevo anche che tra i progetti presentati per la Grande Esposizione Universale di Parigi del 1889 c’era anche una grande ghigliottina (come si legge in Storia della Tour Eiffel di Jonnes) e non serve un grande sforzo di fantasia per immaginare l’aria funebre che avrebbe assunto Parigi se fosse stata fatta al posto della torre (ma non sarebbe durata). Ma del resto i Parigi hanno un gusto del macabro meno ipocrita e più esibito del nostro.

Ghigliottina o no, per me rimane emblematico il pezzo del film di Magni, “Nell’anno del signore” quando il protagonista dice al boia che della rivoluzione è rimasta solo la ghigliottina e aggiunge: “Voi siete l’omo più moderno de Roma… L’avvenire è vostro” e chiosa con le ultime illuminanti parole “Bonanotte popolo”, perché tanto il risveglio era lontano da venire… E forse non è mai venuto. 

Un motivo in più per cedere al fascino sempreverde della Révolution.

Ecco il video: 

https://youtu.be/J1eMRXLornQ

 

 

Ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai…

Non mi ricordo quale docente del mio percorso scolastico ci disse che ognuno di noi, nella Commedia di Dante, poteva trovare un verso, una terzina, un passaggio più o meno lungo che gli avrebbe scosso l’animo nel profondo.
Io il mio l’ho incontrato subito, nel primo canto, ai versi: 

  1. Tant’è amara che poco è più morte;
  2. ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
  3. dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte 

 Dante è nella selva. Una selva vera ma anche allegorica. È il punto più basso della sua vita. È nel peccato, nell’errore, non sa cosa fare: forse, se fosse un moderno, direbbe di essere anche depresso. Non sa che piega dare alla sua vita, anzi, non sa come darle una svolta, infatti poco prima ha detto che la diritta via era smarrita. Magari ci sono anche motivazioni personali: forse è successo qualcosa di umano e terribile, un lutto, una perdita, una sconfitta cocente che lo ha fatto vacillare, che lo ha piombato nel buio di quella selva, che dobbiamo immaginare intricata e impossibile da disbrogliare, come doveva apparirgli la sua situazione.

È il punto più basso della sua vita. È il momento più brutto.

Eppure. Eppure dice “per parlarvi del bene che io VI trovai”.

La lingua italiana, che incredibile riserva di sfumature. Quel ” vi” ci riporta nel punto più cupo. Nel momento della disperazione più nera. Eppure Dante, da lontano, riguarda quel momento e capisce che da lì è ricominciato a risalire. Che da quel nulla in cui si sentiva invischiato fino a quasi a morirne, ora può trovar-vi qualcosa di buono, qualcosa di bello. Qualcosa che incontrerà per strada, che lo tirerà fuori. Qualcosa a cui mai avrebbe pensato di andare incontro, quando era accecato dalla paura. Qualcosa che non vedeva chiaramente (e infatti dice “scorte”, cioè appena intraviste, e forse nemmeno considerate più di tanto).

Così nella nostra vita (sì, grazie prof, che a distanza di anni mi fai ricordare che non è un caso che al primo verso dica “nostra” vita: Dante uno di noi, insomma). 

La paura, la disperazione, la sconfitta, la perdita rimangono come cicatrici nel nostro animo. Ma nella loro guarigione, per quanto lenta, è insito il bene. Sta a noi ripensarlo e trovarlo, e capire che non siamo mai stati veramente soli, che nel momento supremo del dolore si instillava, primissimo e invisibile, inconcepibile e lontanissimo, il seme di una futura felicità. 

Cadere e toccare il fondo a volte è una benedizione: perché possiamo solo risalire, e per farlo dobbiamo alzare la testa, e guardare in alto.

Il Chirocefalo del Marchesoni

Io di Castelluccio, come tutti, ricordo il Piano Grande. Qualcosa che, se non lo si è visto mai nella vita, è inutile andare a giro per il mondo a fare gli splendidi. Come quelli che hanno visto il Guggenheim e non sono mai stati agli Uffizi, e vivono a Novoli.
Mi ricordo una strada infinita, all’inizio di aprile, lungo la Valnerina prima, e poi sempre più in alto, fino a Castelluccio. 

Mi ricordo un paese silenzioso, quasi liquido sotto il sole che disgelava l’ultima neve.

Andando verso Norcia, ci fermammo di nuovo per vedere il Piano (non c’è mai stato modo di beccare i fiori, nemmeno la seconda volta). 

Lui vive solo . Di tutto l’immenso mondo, di tutti gli habitat possibili, lui ha scelto i Monti Sibillini. Una conca in mezzo ai M

onti Sibillini. Un lago nel centro di questa conca in mezzo ai Monti Sibillini.
Lì, e solo lì, vive il chirocefalo del Marchesoni. Che poi il Marchesoni me lo immagino come un ragazzone buono e studioso, una specie di Garrone zoologo, un po’ imbranato e timido, a suo agio solo nei musei di Storia Naturale. Se il Marchesoni era così, sono contenta che abbia avuto quel minimo di arroganza al momento giusto per dare il suo nome a quella specie che lui, per primo, ha avuto il sospetto fosse nuova.

E che vivesse solo lì.

Il chirocefalo manco se la immagina, l’evoluzione, talvolta anche blasonata, che i suoi parenti crostacei hanno avuto nel resto del mondo: astici, aragoste, gamberi. Per un qualche scherzo del destino, lui è rimasto intrappolato lì. Così al sicuro che non ha nemmeno sviluppato una corazza. Nel silenzio freddo della neve che circonda il suo microcosmo quasi nove mesi all’anno,  è la specie più sola al mondo. Si muove a pelo dell’acqua, a pancia in su. Del resto, chi verrebbe fin lassù per predarlo?

Forse il chirocefalo pensa che il mondo sia stato fatto per lui. Che niente esista, prima o dopo di lui. O che esista altro da lui. Forse il chirocefalo si crede Dio. Dopo tutto, chi è mai arrivato a smentirlo?

A volte, a immaginarmelo lì, a pancia in su, che scivola sul lago dalle sponde bianche, sotto il sole, nel silenzio assoluto a godersi il blu del cielo, fragile e inespugnabile, unico e inconsapevole, mi fa tenerezza. Il più delle volte: invidia.

[Le foto le ho prese da Wikipedia. Al lago di Pilato non ci sono mai stata, e comunque non mi ci sarei potuta avvicinare per vedere il chirocefalo. Quindi è anche inavvicinabile: come un dio].