Mater #15 Mrs Robinson, mia nonna

Poi capita la volta in cui entro nel mezzo di una crisi coniugale. Vorrei scappare ma non posso: mia mamma mi rimette a sedere con un gesto della mano senza nemmeno smettere di parlare.

Mater (rivolgendosi al babbo): Ma te, dimmi, te, che mi hai mai voluto bene? Io dico di no… Tu girellavi, sì, sotto casa, ma non venivi per me.

Babbo: No, infatti venivo per la tu’ mamma.

Mater (rivolgendosi a me): Icché gl’ha detto?

Io: Ha fatto una battuta, ma’. Dice che veniva per la nonna, non per te.

Mater: Ah, veniva per la mi’mamma? Eh ci credo! L’era bella di nulla la mi’ mamma!

Mater #13 Holiday in Cambodia

Mia mamma non è che mi stia tanto a sentire. Non è per cattiveria, ma è perché negli anni ha sviluppato un sorta di screening veloce per cui, in un discorso di media lunghezza, riesce a estrapolare al volo le informazioni potenzialmente interessanti, o allarmanti, o che offrono la possibilità di entrare a gamba tesa con una sua osservazione in modo da piegare la mia già scarsa autostima, o che potrà riutilizzare in una qualsiasi adunata con parenti di qui a quindici anni, preservandone immutata la freschezza.

Perciò, quando la informo di un viaggio, coglie solo le informazioni importanti: aereo o non aereo, periodo all’incirca, da sola o no. Il resto è un dettaglio.

È rimasta negli annali quella volta che andai in Tunisia. Mandai una foto a mio padre avvolta in una sciarpa berbera. Commento del babbo su whatsup: “Sono belle le donne turche”.

Io:” Tonì, il mio babbo ha fatto un commento sulle donne turche. Avranno capito dove siamo?”

Tony: “Ma no, vedrai che si è confuso. O forse gli è partito il completamento automatico della tastiera”

Segue foto con il deserto.

Non segue commento.

A 1500 km di distanza – ho saputo poi – mia mamma chiede a mio padre:

Mater: “O che c’è il deserto in Turchia?”

Pater: “Mah! Non v’è altro che siano andati nell’interno, verso la Siria, in que’mezzi”

Mater: “In Siria? Allora gli direi: o che vi siete bevuti il cervello, figlioli?”

Si arriva alla sera di Capodanno, e alla consueta telefonata.

Mater: “Ma si può sapere indove tu sei?”

Io: “In Tunisia ma’”

Mater: “O se tu mi avevi detto Turchia!”

Io: “No mamma, Tunisia”

Mater: “O la Turchia non era meglio?”

Io: “Ma ci sono già stata”

Mater: “O quando?”

Io: “L’anno scorso!”

Mater: “Ma che sei sicura? O se non mi pareva che tu ci fossi stata…”

Mia madre poi non è che memorizzi tanto nemmeno la compagnia. Benché siano anni che a Capodanno vado via con la Cri e Francesco, ancora non se ne è fatta una ragione. Notte dell’ultimo dell’anno a Podgorica.

Mater: “Come si chiama codesto posto?”

Io: “Podgorica ma’”

Mater: “Non me ne intendo. O non c’era un posto meglio dove andare?”

Io: “Va beh ma poi si va a Sarajevo”

Mater: “Ma se tu andavi a Vienna non era meglio? Che gli ci garba a Antonio in codesti posti?”

Io: “Ma sì, sono belli. Piacciono a tutti. Anzi son qui che ti stanno facendo gli auguri”.

Mater: “Tutti? O chi c’è costì che conosco?”

Io: “La Cri e Fra, ma’, come sempre”

Mater: “Ah vu siete in quattro? Ma che gli garba a quell’altri?”

A settembre comunico a mia mamma che con la Cristina,  Antò e Francesco saremmo andati in Vietnam per Natale. Conversazione di settembre:

Mater: “Ridimmelo per bene indove tu vai…. In Thailandia o in Vietnam?”

Io: “Vietnam ma’”.

Vigilia di Natale, vie del centro, passeggiata con Mater.

Mater: “O un c’era un posto meglio per Capodanno, con tutto icché c’è da vedere al mondo?”

Io: “Mamma ma al mondo bisogna vedere tutto prima o poi”

Mater: “Ma costì in Thailandia icché c’è?”

Io: “In Vietnam mamma, Vietnam!”

Mater: “O che siete grulli a andare in Vietnam, c’è la guerra!”

Ritorno dal Vietnam.

Mater: “Belle le foto che tu mi hai mandato! Ma come mai  a volte mi mandavi le foto con la Cristina?”

Io: “Mah, più che altro per farti vedere comunque i posti dove eravamo”

Mater: “O che c’era anche la Cristina in Thailandia?”

 

 

 

Gl’è partita la Bambola

La Bambola parte all’improvviso, di solito una a quadrimestre, quando, dopo aver passato dalle due alle tre ore per preparare una lezione adatta per il tuoi alunni del serale, cercando stimoli, agganci con il mondo contemporaneo e con la loro realtà, piena di aneddoti e curiosità, ti trovi davanti il cast di The walking dead.

Dopo un tempo variabile dai tre ai dieci minuti di Bambola, in cui sfoderi a velocità sostenuta  – ma non a tal punto da non far assimilare i concetti – tutto il Repertorio Del Prof Che Ci Sente Abbestia (Non lo fate per me, Siete liberamente iscritti e liberamente padroni di andarvene, Volete rimanere servi? Fate solo un piacere a chi vi mangerà la pappa in testa  e così via, in un crescendo rossiniano che un giorno elencherò) di solito si rianimano. Qualcuno, colto sul vivo, a volte chiede scusa a nome suo e di tutti.

L’altro giorno mi è partita la Bambola, e  la classe è rimasta percossa e attonita e, per completare la citazione, pure muta.

Nel silenzio un ragazzo, convinto di non essere udito, bisbiglia al compagno: “Cazzo se gli è presa male!”.

Dai, altri 30 anni e poi la pensione. Voglio morì.

Il concetto di “rota”

Metadone (by MaGuar)

Ero bambina negli anni ’80. Anni in cui la droga per eccellenza era l’eroina, gli anni di Christiane F. e dello zoo di Berlino, gli anni degli sconosciuti che ti avrebbero dato le caramelle con la droga ai giardini perciò dovevi imparare a rifiutare.

[Solo in anni recenti, chiacchierando amabilmente di queste leggende dell’infanzia, sono giunta a una parziale comprensione del perché degli sconosciuti avrebbero dovuto donarci perini in forma di caramelle: “per crearci la dipendenza e così fidelizzarci come futuri drogati” ha detto qualcuno di cui non ricordo il viso, tanto l’illuminazione, nella sua palese sensatezza, è stata accecante]

Insomma, la droga è qualcosa che so che è sempre esistita, perciò sono sempre stata edotta sul lessico (base) della della disciplina: overdose, pera, spada, tossico, rota.

Negli anni il concetto di rota ha assunto un peso notevole nel mio modo di parlare grazie alla mia amica Giulia.

La mia amica Giulia da anni studia i tossici della mia città braccandoli in biblioteca, su Facebook e Instagram. La sua formazione di biochimica le permette di conoscere scientificamente un’ampia gamma di droghe con i loro effetti. Questo la rende talebana, per esempio nel bellissimo Requiem for a Dream non ha tanto digerito la sequenza tipo videoclip di quando si sparano l’ero e la pupilla si dilata: non ha accettato un errore così clamoroso, perché tutti sanno che con l’eroina la pupilla fa il contrario di quello che si vedeva nel film, si restringe.

Il concetto di rota si declina dunque come “sono un po’ a rota”, ” ho un po’ di rota “, “che rota”. In questo senso indica uno stato di ansia mista a angoscia e malessere indefinito, che avrebbe bisogno di essere appagato da non si sa bene cosa. Esempio:

“Oggi sono un po’ a rota, devo andare a mangiare lo stracotto dai miei”

Oppure, su whatsapp:

“Qual è il vostro livello di rota today?”

Ma si può usare anche, per esempio, per indicare una fissazione che nasconde un malessere. Ad esempio:

” Oggi in palestra ho fatto duecento addominali”

“Che rota!”

Questo post nasce da un’esigenza reale. Sono molte le persone che non conoscono questo concetto, specie tra quelli nati nei tardi anni ’80 quando la cocaina è diventata più di moda.

Sicché un giorno ero in macchina con un’amica straniera, due amici trentenni e una ventenne. Ecco il dialogo.

Amico trentenne: “Sicché sto costruendo un tavolo”

Io: “da solo?”

Amico trentenne: “sì ho attrezzato il garage, ci ho messo tutto, anche la sega circolare”

Io: “che rota!”

Amico trentenne, vagamente sfavato: “ma perché dici sempre ‘rota, rota’? Che vuol dire?”

Io: …. [Silenzio perplesso]

Amica ventenne: “è la rota, dai” [non lo sa].

Amica straniera: “vuol dire che è una cosa bella, ganza, no?”

Al che segue la mia spiegazione.

Amica trentenne: “Non l’avevo mai sentito dire”

Amica mia, questo post è dedicato soprattutto (ma non solo) a te.